Firenze ha avviato la rimozione dei monopattini elettrici in sharing, scatenando una battaglia legale con Bird che cerca di restare sul mercato con formule alternative. La questione è oggi rilevante per chi usa la micromobilità in città: decisioni amministrative e sentenze del TAR definiscono limiti, costi e responsabilità che impattano operatori e cittadini.
Il divieto comunale, annunciato nei mesi scorsi e messo in atto a partire da aprile, ha spinto quasi tutti gli operatori a ritirare i mezzi. Bird è l’eccezione più visibile: l’azienda ha impugnato la scelta del Comune davanti al Tribunale Amministrativo, presentando più ricorsi e sollecitando sospensive che finora i giudici hanno respinto.
Perché il Comune ha deciso di vietare lo sharing
L’amministrazione fiorentina ha motivato la misura con due ragioni principali. Sul piano normativo, le modifiche alle regole nazionali hanno introdotto obblighi più stringenti — come casco, targa e assicurazione — rendendo il modello di servizio precedentemente autorizzato più complesso da gestire. Sul piano pratico, il fenomeno degli abbandoni e dell’uso improprio dei monopattini — parcheggi lasciati in modo irregolare, uso in due persone, infrazioni al codice della strada — è stato ritenuto incompatibile con l’ordine urbano e la sicurezza.
In passato Bird operava a Firenze in forza di una gara vinta e di successive autorizzazioni, che avevano permesso anche un incremento della flotta. Con il cambio di giunta la convenzione non è stata rinnovata alle stesse condizioni, e la nuova amministrazione ha scelto la strada del divieto.
Le mosse di Bird e la risposta del Comune
Bird ha provato a ottenere il congelamento delle rimozioni tramite il TAR, sostenendo il danno economico e i costi legati al recupero dei mezzi. Le istanze cautelari sono state respinte: i giudici ritengono che le argomentazioni non dimostrino l’urgenza necessaria per sospendere l’esecuzione delle ordinanze comunali.
Nel frattempo il Comune ha dato ordine alla polizia municipale di raccogliere i monopattini trovati in strada e trasferirli in un deposito: il recupero da parte dell’azienda comporta un onere di circa 12 euro per monopattino. La sindaca ha ricordato che, conclusa la convenzione, i mezzi convenzionati non possono più occupare lo spazio pubblico senza autorizzazione.
Per non uscire del tutto dal mercato locale, Bird ha riconfigurato il servizio offrendo noleggi privati via app, con mezzi stazionati in aree autorizzate e non più inseriti nel circuito dello sharing pubblico. Il Comune contesta però che questa pratica violi il divieto, insistendo sul principio che ogni attività economica che utilizza il suolo pubblico richiede permessi comunali.
Alternative e comportamento degli altri operatori
Altri gestori hanno adottato soluzioni diverse. Bit propone un noleggio privato a lungo termine con consegna a domicilio, evitando il deposito in strada; RideMovi ha ritirato i mezzi, adeguandosi alla delibera comunale e concentrandosi sul potenziamento del servizio di bike sharing — sulla cui gestione il Comune ha previsto un affidamento diretto e un contributo pubblico significativo.
- Per i cittadini: meno monopattini in strada significa minore disponibilità immediata ma potenziali riduzioni di ingombro e rischi legati a parcheggi irregolari.
- Per gli operatori: aumento dei costi operativi e rischio di contenziosi prolungati; la possibilità di trasformare il servizio in noleggio privato comporta limiti pratici e legali.
- Per il Comune: maggiore controllo sullo spazio pubblico e la sicurezza, ma anche responsabilità politiche rispetto alla gestione della mobilità condivisa.
Il dibattito pubblico ruota anche attorno alla concorrenza: rappresentanti di Bird sostengono che alcune scelte amministrative favoriscano operatori locali che hanno ottenuto finanziamenti e affidamenti diretti, mentre l’amministrazione difende la correttezza delle proprie procedure e la necessità di regole chiare.
Cosa succederà ora
Il contenzioso resta aperto: la decisione di merito del TAR è attesa in udienza fissata per il prossimo 7 maggio. Quella pronuncia sarà decisiva per chiarire se il Comune ha agito entro i propri poteri e quali margini restino agli operatori per offrire servizi di micromobilità.
Il caso di Firenze assume rilievo nazionale: la città è infatti la prima italiana ad aver dismesso il servizio di monopattini a noleggio su larga scala, seguendo precedenti analoghi di capitali europee come Parigi e Madrid. Le scelte locali possono diventare un precedente per altre amministrazioni alle prese con l’equilibrio tra innovazione, sicurezza e gestione dello spazio pubblico.
Nei prossimi giorni, oltre alla sentenza del TAR, sarà importante seguire eventuali mosse amministrative (nuove ordinanze o modifiche regolamentari) e le risposte degli operatori privati, che potrebbero ridefinire modelli di servizio — dal noleggio a chiamata al contratto a lungo termine — per restare attivi nelle città italiane.
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