Dick Page, icona del make-up anni 90: boccia il trend clean girl

Di : Lorenzo Dalmoro

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Un piccolo gesto — un po’ di rossetto sulle guance, un velo di vaselina sulle palpebre — ha contribuito a cancellare l’eccesso degli anni Ottanta e a lanciare un’estetica che oggi torna di moda. Con la riscoperta del look anni Novanta, il lavoro del make-up artist Dick Page assume nuova rilevanza: non è solo nostalgia, ma una riflessione sui modi in cui la bellezza si è trasformata con i social e la cura della pelle.

Dalla scena post‑punk alle passerelle internazionali

Formatosi nella scena creativa britannica, Page attribuisce la sua maturazione all’attitudine DIY post‑punk: truccava amici per andare ai club, senza pensare che sarebbe diventato un mestiere. Il salto professionale arriva con la moda editoriale a Londra e poi, nel 1993, con l’invito di Calvin Klein negli Stati Uniti.

La collaborazione con Calvin Klein — e in particolare con Kate Moss — nacque dalla sintesi di poche scelte estetiche apparentemente semplici ma efficaci. Page racconta che il look fu realizzato in pochi minuti: leggerezza, naturalezza e la capacità dello stilista di riconoscere ciò che avrebbe funzionato anche sul mercato.

Un minimalismo che cambiò le regole

Il trucco di Page emerse come alternativa a una stagione di eccessi: non si trattava tanto di una dichiarazione programmatica contro il glamour quanto di lasciare convivere molta spontaneità con la fotografia di moda. La sua idea non imitava la naturalezza atletica americana, ma prendeva ispirazione dall’immaginario della scena indie britannica.

Con il tempo il suo nome è diventato legato al minimalismo chic: dopo Calvin Klein ha lavorato per case come Helmut Lang e Narciso Rodriguez, e ha contribuito a definire un’estetica che oggi viene riscoperta in modo diverso rispetto al passato.

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Il confronto con la tendenza attuale

Oggi si parla spesso di clean girl e di una bellezza molto legata alla skincare. Page sottolinea la differenza sostanziale: negli anni Novanta il look “senza trucco” era più disinvolto, persino trasandato — si fumava, si frequentavano party, la cura della pelle non era centrale. La versione attuale invece mette al centro la salute, il corpo come progetto quotidiano, e questo cambia anche il valore simbolico del naturale.

  • Approccio: anni ’90 — casuale e spontaneo; oggi — pianificato e incentrato sulla cura della pelle.
  • Strumenti: allora pochi tocchi di make‑up; oggi spesso routine di prodotti e trattamenti.
  • Contesto: prima c’era disconnessione e privacy; oggi lo smartphone crea una sorveglianza continua.
  • Immagine: nostalgica e idealizzata dagli adulti di oggi; funzionale e curata per le giovani generazioni.

Secondo Page, il modo in cui si ricostruisce il passato tende al romanticismo: idealizzare un’epoca disconnessa è facile, ma viverla era un’altra cosa. La presenza costante delle fotocamere e la cura ossessiva dell’immagine sono la grande differenza rispetto a quel decennio.

Progetti, maestri e fonti d’ispirazione

Tra i lavori che Page ricorda con affetto ci sono le campagne per Marc Jacobs con Juergen Teller, gli editoriali per The Face e gli scatti con Corinne Day. Ha poi sperimentato collaborazioni molto diverse con fotografi come Richard Avedon e Irving Penn, esperienze che lo hanno segnato in modi opposti.

Tra i suoi riferimenti personali emergono figure del settore e artisti visivi, ma anche momenti quotidiani: Page cita i viaggi in treno, i musei, il cinema e la fotografia come fonti costanti di ispirazione. Per lui il trucco resta uno strumento narrativo: “diventa il mio lavoro, racconto una storia”, sintetizza la sua visione.

Ha inoltre indicato alcuni maestri: tra questi Paul Cavaco, che lo esortò a padroneggiare molte tecniche, e la stylist Melanie Ward, che gli aprì porte decisive nel mondo della moda.

Una posizione netta sul make‑up moderno

Page non ama l’ossessione per il trucco correttivo o anti‑age; preferisce l’idea del make‑up come elemento decorativo, effimero e volto al divertimento piuttosto che alla ricerca della perfezione. Apprezza colleghe come Inge Grognard per la capacità di provocare e di portare personalità nel lavoro.

La lezione che emerge è semplice: l’estetica funziona quando serve a raccontare qualcosa. Nell’epoca dei feed e della cura costante del corpo, il minimalismo degli anni Novanta riemerge come alternativa estetica e come spunto critico sulle nuove maniere di mostrarsi.

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