Il fascino immutato dei tarocchi
Le immagini dei tarocchi, semplici ma cariche di significato, hanno attraversato i secoli. Tra queste, l’Eremita, scalzo, solleva una lanterna nella notte alla ricerca di una strada, l’Appeso, colui che si trova in un limbo decisionale, e la Morte, il tredicesimo arcano, l’unico privo di nome, simbolo di una trasformazione radicale.
L’antico mistero dei tarocchi persiste, mantenendo il loro status di uno dei più intriganti retaggi del passato. L’Accademia Carrara di Bergamo celebra questa eredità con una mostra eccezionale, presentando per la prima volta il riassemblato mazzo «Colleoni». L’esposizione, intitolata Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna (dal 27 febbraio al 2 giugno, in collaborazione con The Morgan Library & Museum di New York), esplora la storia di uno dei tre mazzi milanesi più antichi e completi, i Visconti-Sforza, commissionati nel XV secolo da Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti.
Pitturato con maestria da Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara, il mazzo era probabilmente destinato a essere un dono diplomatico di grande valore. Paolo Plebani, curatore della mostra e responsabile delle collezioni dell’accademia, racconta l’emozione nel maneggiare queste carte: «Ho scoperto quanto ancora oggi possano affascinare un pubblico variegato, da eminenti accademici ai visitatori più casuali, attirati dal loro aspetto enigmatico e misterioso. Il progetto di ricomposizione delle 74 carte su 78 è stato avviato nel 2021 con la collaborazione della Morgan Library».
La saga del mazzo Colleoni
Plebani continua narrando la divisione storica del mazzo: «Alla fine del diciannovesimo secolo, il mazzo era di proprietà della famiglia Colleoni, discendenti di Bartolomeo, un capitano di ventura. Come arrivarono in possesso delle carte nel XIX secolo rimane un mistero. Sappiamo che nel 1911, J.P. Morgan, un influente banchiere americano, acquistò trentacinque carte, che oggi si trovano alla Morgan Library. Le ventisei carte che possediamo furono vendute al nobile Francesco Baglioni, un appassionato collezionista e presidente dell’Accademia, che le donò al museo alla sua morte nel 1900. Le ultime tredici rimangono nella collezione privata della famiglia Colleoni».
La mostra offre un viaggio attraverso sette secoli, mostrando l’evoluzione dei tarocchi da semplici carte da gioco a strumenti divinatori. Inizialmente utilizzati nelle corti rinascimentali per il divertimento di nobili e sovrani, come Carlo VI di Francia, noto per le sue crisi depressive, fino alla reinterpretazione esoterica di Antoine Court de Gébelin nel tardo Settecento, che li collegò erroneamente all’Egitto e al mitico Libro di Toth.
Dall’intrattenimento all’esoterismo
«Per secoli, i tarocchi furono utilizzati principalmente per il gioco. Tuttavia, dalla fine del diciottesimo secolo, hanno assunto una connotazione esoterica più marcata. Nel ventesimo secolo, gli artisti hanno iniziato a interpretare i tarocchi in modi innovativi. Le immagini, pur antiche, sono riuscite a trascendere il tempo. L’esposizione, articolata in sette sezioni, include mazzi rari e affascinanti. Oltre al nostro mazzo completo, sono presenti selezioni dei mazzi “Brambilla” e “Sola Busca” della Pinacoteca di Brera, e un esemplare unico dei primi tarocchi stampati proveniente da Washington. Vi è anche un magnifico set francese del Cinquecento e il tarocco di Marsiglia, creato da Jean Noble, conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia», conclude il curatore. Nonostante ciò, i tarocchi non predicono il futuro ma offrono riflessioni, agendo come uno specchio per l’anima, simile a una sessione di psicoanalisi junghiana, che ci invita a esplorare il nostro io interiore. Cambiano significato a seconda di chi li osserva, rivelando paure e segreti, e chiarificando i nostri dubbi.
Le carte in mostra sono veri e propri capolavori, con dettagli dorati, angeli con ali blu, e figure che reggono simboli mistici, come le papesse e le imperatrici in abiti ricamati. Originariamente, i 22 Arcani Maggiori erano noti come “Trionfi”, termine usato anche da Petrarca. Italo Calvino si ispirò al mazzo Colleoni per il suo romanzo Il castello dei destini incrociati.
Tarocchi tra arte e letteratura contemporanea
In mostra ci sono anche i tarocchi disegnati dalla poetessa e artista surrealista Leonora Carrington, che introdusse l’eclettico artista Alejandro Jodorowsky alla lettura dei tarocchi. Quest’ultimo, scrittore, drammaturgo e regista cileno, era amico di André Breton, il quale ha esposto il suo influente libro Arcane 17, ispirato all’arcano delle Stelle, illustrato da Roberto Matta. Le opere di Niki de Saint Phalle, dedicate al mondo esoterico nel suo celebre giardino di sculture a Garavicchio, in Maremma, e le carte di Francesco Clemente, che ritraggono ritratti di amici e intellettuali newyorkesi, completano l’esposizione.
Il mistero delle carte mancanti
Le quattro carte mancanti del mazzo «Colleoni», tra cui il Diavolo e la Torre, rappresentano lussuria e crollo, desiderio ossessivo e catastrofe inevitabile, avidità e disastro irreparabile. La loro assenza evoca oscurità e distruzione. Forse sono state perdute per errore, o forse sono gelosamente custodite in qualche luogo segreto, magari in un cassetto di un mobile orientale, in una casa poco frequentata. Chi può dirlo? La storia completa del mazzo «Colleoni» potrebbe ancora essere svelata.
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