Nel 1939, a soli 10 anni, realizzò un ritratto di sua madre giovane, con gli occhi serrati e il viso cosparso di piccoli punti che si estendevano fino ai capelli, coprendo l’intero foglio. Questa predilezione per i pois si trasformò in un tratto distintivo dello stile di Yayoi Kusama, diventando un potente mezzo di espressione artistica.
La Fondation Bayeler di Basilea ha organizzato una vasta mostra dedicata a questa influente artista giapponese, nata a Matsumoto nel 1929 in una famiglia di venditori di semi (da qui forse la sua affezione per i puntini e, più in generale, per la natura). L’esposizione comprende oltre 300 opere, 130 delle quali non sono mai state mostrate prima, provenienti da collezioni private e musei di Giappone, Singapore, Paesi Bassi, Germania, Austria, Svezia, Francia, Svizzera, e include anche pezzi provenienti direttamente dall’archivio personale di Kusama.
Le sale della Fondazione ospitano un viaggio attraverso la vita e la carriera di Kusama, dalla giovinezza in cui apprendeva le tecniche della pittura tradizionale giapponese, fino al suo trasferimento a New York negli anni ’60, dove la sua arte ha preso una direzione più personale e rivoluzionaria, arricchita da performance sempre più audaci. Il suo passaggio dal Giappone agli Stati Uniti è marcato da opere come The Pacific Ocean (1958), una delle prime della serie Infinity Net, mentre il suo arrivo a New York segna l’inizio di una fase di sperimentazione con video e performance che vedono l’artista protagonista con il proprio corpo. Gli anni del conflitto in Vietnam, delle proteste e dell’esplorazione di nuovi linguaggi artistici, dal design alla moda, vedono Kusama impegnata in una produzione febbrile e originale, come dimostrano le numerose fotografie e i documentari presentati.
In quegli stessi anni, Kusama inizia anche a realizzare oggetti come Untitled Chair (1963), una sedia bianca ricoperta da pezzi di tessuto imbottito che ne rendono impossibile l’uso, inaugurando la sua fase artistica denominata Accumulation. Parallelamente, prosegue la sua passione per i vestiti, aprendo anche un negozio di abbigliamento, simbolo della sua lotta contro le restrizioni sociali imposte dalla borghesia.
La sua produzione artistica ha continuato a espandersi, colonizzando ogni tipo di oggetto quotidiano. Oggi, a 96 anni, Kusama vive a Tokyo, dipingendo ogni giorno su tele piccole, vivaci e allegre, in una stanza di una clinica dove ha scelto di risiedere, non lontano dalla sua fondazione e dal suo studio.
Le opere più recenti della serie Everyday I pray for love, iniziate nel 2021, sono esposte nella mostra della Fondation, che offre un percorso dall’universo ipnotico dei dipinti infinity-net, ai video del periodo newyorkese, fino all’intensità delle Infinity mirror room, create appositamente per questo allestimento, una delle quali è situata nel parco. “Le opere di Kusama sono concepite non solo per essere osservate, ma per essere vissute, specialmente le installazioni spaziali e quelle con specchi, che immergono lo spettatore in un ambiente fluttuante”, spiega la curatrice Mouna Mekouar. “In questo modo, Kusama trasforma i conflitti personali in un’esperienza collettiva, la sua arte in un luogo di dialogo e conforto, di forza e vulnerabilità”.
È possibile non solo guardare ma anche toccare, per esempio i “serpenti” gonfiabili dell’installazione Hope polka dots, giocare con gli specchi nelle stanze di vetro e soprattutto perdersi nell’universo ipnotico degli infiniti punti di Kusama. Ci si trova così avvolti in un mondo fantastico che, aldilà delle superficiali interpretazioni sulla presunta malattia mentale dell’artista, rimanda all’infinita trama dell’esistenza tra vita e morte.
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