Trekking Sardegna: coste selvagge e pareti verticali, sulle tracce di pastori e carbonai

Di : Lorenzo Dalmoro

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Considerato da molti il tracciato più duro e selvaggio dell’isola, il Selvaggio Blu è un trekking che unisce roccia, mare e sprazzi di storia rurale: cinque giorni intensi, con passaggi esposti e calate in corda doppia che richiedono esperienza e preparazione. Oggi il percorso è anche al centro di un dibattito pubblico sul rischio di speculazione lungo il Golfo di Orosei, un tema che rende la conoscenza del territorio e la sua tutela qualcosa di urgente per chi visita la Sardegna.

Nato negli anni Ottanta da un’idea di Peppino Cicalò e Mario Verin, il percorso riprende antiche vie di pastori e carbonai che da secoli intessono questa parte dell’isola. Camminando si percepisce un paesaggio plasmato da milioni di anni: l’incontro tra il massiccio scistoso del Gennargentu e il calcare carsico del Supramonte spiega molte delle forme mozzafiato che si incontrano lungo il cammino.

La strada per raggiungere Baunei passa per borghi di montagna, vigne di Cannonau e paesaggi che alternano macchia, lecci e pinnacoli rocciosi. Tra murales e tradizioni, paesi come Orgosolo, Oliena e Mamoiada ricordano che qui la Sardegna non è soltanto costa: è un territorio profondamente antropizzato, ma anche fragile e prezioso.

Perché il Selvaggio Blu non è per tutti

Non si tratta di una semplice escursione: il tracciato richiede passo sostenuto, dimestichezza con la roccia e capacità nell’uso di corde. I tratti esposti e le calate possono sorprendere chi non è adeguatamente preparato.

Arrampicatore su parete rocciosa esposta con corda e imbrago
Le calate in corda doppia richiedono esperienza e tecnica di arrampicata.

  • Esposizione e arrampicata: pareti a strapiombo sul mare e passaggi che richiedono uso di imbrago e discreta tecnica.
  • Terreno vario: pietraie sdrucciolevoli, boschi fitti e passaggi di cresta che possono diventare insidiosi in caso di maltempo.
  • Remotità: molte tappe sono isolate; acqua e rifornimenti sono limitati, intervenire in emergenza è complesso.
  • Soggiorno tradizionale: si dorme in ovili restaurati (i cuiles) o in tenda, senza servizi moderni ovunque.

Per questi motivi è fortemente raccomandato affidarsi a guide locali esperte. Tra le figure più note del territorio c’è Gianluigi Paffi, guida ambientale escursionistica che conosce a fondo i sentieri e le dinamiche di sicurezza della zona.

Il percorso: cinque giorni in sintesi

Di seguito, una sintesi delle tappe per chi vuole farsi un’idea concreta del programma e delle difficoltà principali.

  • Giorno 1 — Avvicinamento da Pedra Longa, attraversamento delle grandi pareti della cengia e primo campo presso le zones di Ginnirco; notte in tenda o in ovile semplice.
  • Giorno 2 — Dislivelli importanti (circa 600 metri), passaggi sopra fiordi come Portu Pedrosu e Portu Cuau; arrivo a un cuile dove si può condividere la cena con prodotti locali.
  • Giorno 3 — Tratti di pinnacoli calcarei e ferrate; tappa a Cala Goloritzè per un bagno rigenerante prima di proseguire verso il campo di Su Tasaru.
  • Giorno 4 — Sentieri alti, grotte e cenge esposte; al calare della sera si raggiunge un campo riparato tra le valli.
  • Giorno 5 — La fase conclusiva: discese in corda con calate fino a 45 metri, due arrampicate impegnative e l’ultima discesa che porta a Cala Sisine, sul livello del mare.

Il contatto con la cultura pastorale è uno degli aspetti più autentici del percorso. I cuiles, piccoli ovili in pietra con tetti di ginepro, fungono ancora da rifugio e raccontano una pratica di gestione del bestiame profondamente legata al territorio. La convivialità della cena in questi ambienti — ricotta fresca, pane carasau, culurgiones e carni locali — restituisce la dimensione antica di questi luoghi.

Negli ultimi mesi il destino ambientale del Golfo di Orosei è tornato al centro dell’attenzione: proposte di grandi interventi turistici hanno acceso mobilitazioni locali che chiedono tutele più rigorose per l’area. Per chi visita, questo significa che la scelta del comportamento personale conta: evitare assembramenti, non lasciare rifiuti, rispettare i divieti di accesso e preferire operatori che operano in modo sostenibile.

Sul piano pratico, poche raccomandazioni concrete:

  • Partire con equipaggiamento adeguato e acqua a sufficienza.
  • Affidarsi a guide certificate; non improvvisare le calate.
  • Rispetto dell’ambiente: portare via i rifiuti e usare il minimo impatto possibile.
  • Verificare le condizioni meteo e di sentiero prima di partire.

Il Selvaggio Blu resta un’esperienza che unisce fatica e meraviglia: non è solo un itinerario da spuntare, ma un incontro con una Sardegna rara, fatta di rocce, alimenti tradizionali e paesaggi che rischiano di cambiare se non verranno difesi. Per chi ha voglia e capacità, offre un viaggio che lascia il segno; per chi ama la natura, è anche un promemoria della necessità di conservare questi spazi.

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