Cantieri chiave della rete ferroviaria italiana si sono bloccati e centinaia di lavoratori sono stati posti in cassa integrazione dopo che i consorzi guidati da Webuild hanno sospeso le attività. La disputa economica con Rfi — sulla copertura di costi imprevisti e pagamenti richiesti dall’impresa — ora mette a rischio scadenze e decine di opere pubbliche nazionali.
La situazione assume urgenza perché riguarda linee strategiche e commesse per miliardi, e il congelamento dei cantieri ha conseguenze immediate per occupazione e tempo di completamento dei lavori.
Che cosa è successo
I consorzi che gestiscono alcuni grandi appalti ferroviari hanno fermato i lavori, disponendo la cassa integrazione per centinaia di dipendenti. Le principali imprese coinvolte fanno capo a Webuild, che contesta a Rfi il mancato riconoscimento di somme ritenute dovute per varianti, imprevisti e aumenti di costi.
Secondo le organizzazioni sindacali, al momento sono stati sospesi i turni per circa 500 operai, ma il numero potrebbe salire nelle prossime settimane se il confronto non dovesse sbloccarsi.
Il caso più critico: il Terzo valico
Il cantiere più importante interessato è il Terzo valico, una nuova linea di 53 chilometri che include una doppia galleria di circa 27 chilometri tra Arquata Scrivia e Genova. Qui lo stop ha colpito strutture in avanzata fase di scavo e subappaltatori.

A Radimero e nella Val Lemme, ad esempio, metà dei 300 operai impiegati da Seli Overseas (che realizza le gallerie per il consorzio Cociv) sono stati messi in cassa integrazione a zero ore per 13 settimane; gli altri sono rimasti al lavoro solo per le operazioni di messa in sicurezza. I cantieri erano vicini al completamento: a settembre lo scavo registrava livelli di avanzamento superiori all’80–90% in alcune gallerie.
I ritardi accumulati negli anni sono legati a difficoltà geologiche impreviste, come la presenza di gas nella roccia, che ha fatto crescere i costi di scavo e gestione.
Impatto sulle altre opere e numeri chiave
La sospensione interessa anche cantieri in Sicilia e nel Sud: in provincia di Catania sono già in cassa integrazione centinaia di lavoratori coinvolti nella linea Messina‑Catania e nella produzione di conci prefabbricati. Tra i cantieri a rischio figurano inoltre le tratte Salerno‑Reggio Calabria, Napoli‑Bari, Palermo‑Catania e la linea Fortezza‑Ponte Gardena in Alto Adige.

- Operai attualmente in cassa integrazione: circa 500 (ma i sindacati stimano che possano superare gli 1.800 se il blocco si estende).
- Opere interessate: 18 grandi commesse affidate a consorzi con partecipazione Webuild.
- Valore complessivo: circa 30 miliardi di euro di lavori commissionati da Rfi.
- Durata delle sospensioni: in alcuni casi prevista per 13 settimane.
Origine del contenzioso
Il contrasto è esploso pubblicamente dopo una serie di lettere inviate dall’amministratore delegato di Webuild, Pietro Salini, al governo e a Rfi: l’azienda ha chiesto la corresponsione urgente di liquidità e il riconoscimento di crediti maturati.
Secondo Webuild, tra fatture scadute e richieste contabili (le cosiddette riserve) la posizione complessiva ammonterebbe a decine di miliardi. In particolare l’azienda indicava circa 800 milioni per crediti già maturati e decine di miliardi per riserve iscritte nei registri dei lavori; da queste ultime, applicando percentuali storiche di riconoscimento, Webuild ricavava una stima delle somme realisticamente ottenibili.
La replica di Rfi
Rfi ha risposto contestando molte delle cifre e definendo le pretese «nominalmente esorbitanti». La società controllata dallo Stato afferma di aver già versato circa un miliardo in anticipi e adeguamenti e ricorda di aver erogato importanti anticipi contrattuali per miliardi di euro.
Sulla consistenza delle riserve Rfi parla di una cifra leggermente inferiore rispetto alle stime di Webuild e ha avvertito che eventuali difficoltà finanziarie dell’impresa non potranno essere automaticamente imputate a Rfi come committente.
Chi decide e quali sono le vie di risoluzione
Le riserve tecniche e le contestazioni economiche vengono normalmente gestite tramite negoziazione diretta o, se necessario, da un collegio consultivo tecnico composto da esperti indicati dalle parti per evitare il ricorso al contenzioso giudiziario. In passato tali collegi hanno attribuito alle imprese una parte delle somme richieste, in percentuali variabili.
Intanto i sindacati hanno sollecitato un intervento rapido per riaprire i cantieri e tutelare i posti di lavoro. Mercoledì scorso le organizzazioni dei lavoratori edili hanno incontrato rappresentanti di Rfi a Roma: la società ha ordinato ai consorzi di riprendere le attività, assicurando che le scadenze non saranno riviste.
Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil, ha sottolineato che il prezzo del contenzioso non può ricadere sui lavoratori.
Il ruolo dello Stato
La partita non è neutrale dal punto di vista istituzionale: lo Stato controlla Rfi tramite il gruppo Ferrovie dello Stato e detiene una quota di partecipazione in Webuild attraverso la Cassa depositi e prestiti (circa il 16,4%). Questo intreccio di interessi pubblici e privati rende la soluzione del conflitto politicamente sensibile, oltre che economica.
Cosa può succedere nei prossimi giorni
Se le parti non troveranno un’intesa rapida, il fermo potrebbe estendersi ad altri cantieri con impatti occupazionali e ritardi nelle consegne. Dall’altra parte, una mediazione tecnica o finanziaria potrebbe sbloccare liquidità e consentire la ripresa dei lavori entro le prossime settimane.
Per ora la posta in gioco è concreta: non solo il completamento di infrastrutture strategiche, ma anche la tenuta dell’occupazione nelle aree dove operano i cantieri e il rispetto dei piani di investimento pubblici.
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