Zurigo: Hammershøi al centro, Rietberg mette a fuoco il passato coloniale e Dolder offre rifugio

Di : Lorenzo Dalmoro

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Due grandi mostre a Zurigo mettono a confronto due urgenze culturali di oggi: da un lato la prima retrospettiva completa in Svizzera dedicata a Vilhelm Hammershøi, che invita a riscoprire il valore della quiete nelle immagini d’interno; dall’altro, una collettiva al Museo Rietberg che rilegge fotografie coloniali attraverso gli sguardi delle diaspore. Entrambe espongono opere che parlano di identità, memoria e percezione — temi al centro del dibattito pubblico contemporaneo.

Hammershøi: un silenzio che racconta

Al Kunsthaus Zürich è in corso, fino al 25 ottobre, una rassegna che riunisce i capolavori del pittore danese noto per i suoi interni austeri. Le tele rivelano ambienti sospesi: stanze spoglie, colori ridotti a sottili gradazioni, figure ritratte di schiena. La resa del vuoto e dei corpi in ombra non annulla il tempo, lo concentra.

Interno danese con toni sobri, pianoforte e figura ritratta di schiena
L’estetica minimalista di Hammershøi dialoga con tendenze internazionali del suo tempo

I curatori Jonas Beyer e Sandra Gianfreda sottolineano come Hammershøi dialoghi con tendenze internazionali del suo tempo — dalla sobrietà di Whistler all’influsso musicale che alimenta molti dei suoi accostamenti. Strumenti come pianoforte e violoncello, presenti in alcune opere, suggeriscono una dimensione sonora che contrasta con l’apparente quiete.

La mostra inserisce poi il pittore nel contesto storico danese: operando dopo la Golden Age, Hammershøi interpreta una fase di mutamento sociale e urbano, restituendo un’immagine della capitale che contribuisce ancora oggi alla percezione di Copenhagen. Negli ultimi decenni la sua figura è stata rivalutata soprattutto nel mondo anglo-americano; l’esposizione zurighese offre al pubblico svizzero-europeo l’opportunità di valutarlo in modo più sistematico.

Rietberg: immagini del passato, visioni contemporanee

Al Museo Rietberg, fino al 6 settembre, la collettiva intitolata “A Kind of Paradise” mette a confronto archivi fotografici coloniali con lavori di artisti provenienti da Africa, Americhe, Asia, Australia e dalle rispettive diaspore. Le opere presenti tentano di decostruire narrazioni univoche e di restituire pluralità di significato a immagini cariche di storia.

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Archivi fotografici coloniali reinterpretati da artisti contemporanei
La mostra ‘A Kind of Paradise’ decostruisce narrazioni univoche attraverso pratiche artistiche

Si tratta di una mostra che tocca questioni attuali: come si riscrivono memorie complesse? In che modo il materiale visivo del passato viene trasformato in strumenti critici o terapeutici? La risposta non è monolitica, ma affiora nelle pratiche artistiche che riassemblano, sovvertono o riattivano fotografie d’epoca.

Il percorso espositivo si integra poi con l’architettura del museo: tra le ville che compongono il complesso, lo «Smaragd» (2002–2006) di Alfred Grazioli e Adolf Krischanitz è un intervento prevalentemente sotterraneo che sorprende per misura ed eleganza.

Luoghi, architetture e affinità cromatiche

Nel panorama urbano zurighese le tonalità di Hammershøi trovano risonanze inattese: chi visita la città può notare analogie visive tra le sue tele e gli interni trasparenti e metallici progettati da Norman Foster per l’ampliamento del Dolder Grand. Qui silenzio e understatement convivono con elementi d’arte moderna presenti nella collezione privata del proprietario.

La stessa distanza tra antico e contemporaneo è un filo conduttore: la villa storica del Dolder e le ali vetrate che la circondano creano un dialogo architettonico che sembra rispondere, in altro linguaggio, ai silenzi compositivi del pittore danese.

  • Date importanti: Hammershøi al Kunsthaus Zürich fino al 25 ottobre; “A Kind of Paradise” al Rietberg fino al 6 settembre.
  • Indirizzi utili: Kunsthaus Zürich; Museo Rietberg; Dolder Grand (hotel e collezione d’arte); Widder Hotel e ristoranti locali per chi resta in città.
  • Come arrivare: treni Eurocity SBB e Trenitalia collegano Zurigo all’Italia; collegamenti diretti per chi parte da Milano o Torino con un tempo indicativo di percorrenza e cambi limitati.
  • Dove mangiare: ristorazione di alto livello al Dolder (menù firmato dallo chef Heiko Nieder), bistrot e tavole tipiche lungo il lago e nella zona di Küsnacht.

Per chi pianifica la visita, è utile mettere in agenda tempi larghi: entrambe le mostre richiedono attenzione e una sosta lenta per cogliere dettagli formali e rimandi storici. Le sale dedicate a Hammershøi, in particolare, premiano la contemplazione prolungata.

Più che un semplice itinerario culturale, questa doppia presenza espositiva offre una lente su temi che restano urgenti: la costruzione dell’identità nazionale attraverso le immagini e la necessità di rimettere in discussione archivi e memorie legate al passato coloniale. È un invito a vedere — e a pensare — con calma.

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