Museo dello stoccafisso Lofoten inaugurato: un legame italo-norvegese lungo 600 anni

Di : Lorenzo Dalmoro

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Dal 19 settembre apre a Kabelvåg, nelle Lofoten, un nuovo museo dedicato al merluzzo migratore che ha segnato la storia economica e culturale del Nord Europa. L’esposizione spiega non solo la biologia dello skrei ma anche il peso attuale della pesca sulla sostenibilità, sul commercio globale e sui legami storici con l’Italia.

Un percorso espositivo di 5.000 metri quadri

Il museo, collocato di fronte al monte sacro Vågakallen, occupa circa 5.000 metri quadrati e mette in scena il ciclo completo dello stoccafisso: dalla migrazione del pesce nell’oceano artico alle tecniche tradizionali di salatura e asciugatura. Panelli didattici, suoni e video guidano il visitatore attraverso aspetti naturalistici, tecnologici e sociali legati alla pesca.

Interno di museo con pannelli espositivi e installazioni multimediali
Il percorso espositivo di 5.000 m² spiega ciclo, tecniche e ambiente dello skrei.

Si approfondisce come lo skrei compia ogni anno la lunga traversata dal Mare di Barents verso le acque delle Lofoten, modificando dieta e consistenza della carne grazie all’alimentazione a base di piccoli pesci artici. L’esposizione chiarisce anche le differenze con il merluzzo residente: carne più chiara e fine, muso appuntito e dimensioni maggiori.

Biologia e numeri

Lo skrei cresce in media di circa 10 centimetri l’anno e raggiunge la maturità sessuale tra i cinque e i sette anni. In condizioni favorevoli un esemplare può raggiungere lunghezze eccezionali, sino a valori record segnalati in letteratura — ma le catture commerciali alle Lofoten sono più spesso intorno agli 80 centimetri per 11 kg.

La riproduzione è estremamente prolificna sulla carta — una femmina può deporre fino a 4 milioni di uova — ma la sopravvivenza è minima: solo una frazione infinitesimale di quelle uova dà origine a nuovi individui.

Da skrei a stoccafisso e baccalà: tecniche tradizionali

Le fasi di trasformazione sono raccontate in dettaglio. I merluzzi catturati a gennaio-febbraio, generalmente più piccoli, vengono immersi per alcuni giorni in salamoia e poi sottoposti a una seconda salatura: il prodotto finale, il baccalà salato, conserva circa il 37% del peso originario.

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Rastrelliere con file di merluzzo essiccato all'aria nelle Lofoten
Le tecniche tradizionali: salatura e asciugatura su rastrelliere alle temperature ideali.

Gli esemplari presi in marzo-aprile, più grandi e pregiati, seguono invece il processo di essiccazione all’aria su rastrelliere: alle temperature ideali tra -2 °C e +2 °C la carne si indurisce fino a assumere una consistenza lignea. Lo stoccafisso così ottenuto riduce il peso a circa il 23% dell’originale e, se conservato correttamente, può mantenere le sue proprietà nutritive per decenni.

Storia, lavoro e rischi: il peso umano della pesca

Le sale dedicate alla memoria e alla fotografia documentano l’estrema durezza delle stagioni di pesca invernali. Fino a tempi recenti i pescherecci in legno uscivano tra gennaio e aprile in condizioni proibitive e regole locali — come quella che vietava di imbarcare fratelli insieme — erano dettate dal rischio concreto di perdere intere famiglie in caso di naufragio.

In mostra anche il villaggio di Nusfjord, conservato come museo, modellini di imbarcazioni e opere d’arte che raccontano le strategie di sopravvivenza e la cultura materiale delle comunità costiere.

Un’economia che va oltre l’arcipelago

Le Lofoten sono solo una parte di un sistema produttivo che tra queste isole e Tromsø genera una delle maggiori esportazioni ittiche mondiali: circa 2,8 milioni di tonnellate annue, comprendenti sessanta specie e dirette in oltre 150 Paesi, per un valore di mercato intorno a 15,5 miliardi di euro.

Prima della scoperta del petrolio, la pesca era la principale voce dell’economia norvegese; aziende come Frionor di Hammerfest — precorritrici di marchi poi famosi in Europa — attestano la lunga centralità del settore nella trasformazione e commercializzazione del pesce.

Il legame con l’Italia

Il rapporto tra Italia e Norvegia sullo stoccafisso risale a secoli fa. Nel 1432 il navigatore veneziano Pietro Querini naufragò sull’isola di Røst e, sopravvissuto all’esperienza, portò a Venezia la conoscenza e i primi esemplari che avviarono un commercio continuativo. Nel Cinquecento i collegamenti diventano regolari e — nel 1545 — il merluzzo fu esplicitamente riconosciuto tra i cibi ammessi nei giorni di digiuno dal Concilio di Trento, favorendone la diffusione nella gastronomia europea.

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Oggi l’Italia è il principale sbocco dello stoccafisso norvegese, con specificità regionali pesanti: la Liguria lo impiega diffusamente in ricette tradizionali; Napoli è il maggior mercato per quantità, mentre il Veneto guida in termini di valore e qualità del prodotto, dove il cosiddetto “bacalà” è parte integrante dell’identità culinaria locale.

Tra gli ambasciatori contemporanei del prodotto figura lo chef veneto Daniel Canzian, nominato dall’ente pubblico norvegese per il settore ittico come promotore del pesce nordico nella cucina italiana contemporanea.

Conservazione culturale e prospettive

Italia, Norvegia e Islanda hanno presentato congiuntamente la candidatura delle tradizioni legate allo stoccafisso come Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Il nuovo museo si inserisce in questa narrazione, mostrando come una risorsa naturale possa dare forma a economie, identità e pratiche gastronomiche pluricentenarie.

Allo stesso tempo l’esposizione solleva questioni attuali: gestione degli stock, regolamentazione internazionale e sostenibilità delle pratiche di pesca, temi al centro della ricerca scientifica e delle politiche di settore.

  • Luogo: Museo dello Stoccafisso, Kabelvåg, Isole Lofoten
  • Organismi di riferimento: Norwegian Seafood Council; Skrei Research Center
  • Testimonianze e storia: diario di Pietro Querini; villaggio di Nusfjord
  • Gastronomia: ristoranti come quello di Daniel Canzian che promuovono lo stoccafisso in Italia
  • Candidatura UNESCO: tradizioni legate allo stoccafisso (Italia–Norvegia–Islanda)

Il museo delle Lofoten propone dunque una lettura approfondita: non solo un racconto del passato, ma uno spazio per interrogarsi sul futuro della pesca artica, sul ruolo delle comunità costiere e sui legami culturali che ancora oggi uniscono la Norvegia all’Italia.

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