Abbraccio al presunto assassino: figlio della vittima ammette che avrebbe potuto diventargli amico

Di : Lorenzo Dalmoro

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Reggio Emilia, 25 gennaio 2026 — Venerdì sera a Scandiano due storie nate in anni di violenza politica si sono incrociate davanti al pubblico: da un lato lo scrittore Giuseppe Culicchia, dall’altro Giorgio Bazzega, figlio di una delle vittime della violenza brigatista. L’incontro ha messo al centro la difficile trasformazione dell’odio in responsabilità collettiva e il ruolo della giustizia riparativa nel ricomporre ferite che sembrano insanabili.

Un dialogo che parte dal privato

La serata, organizzata dal Comune di Scandiano e ospitata al centro Made, è stata promossa con la collaborazione del centro reggiano di giustizia riparativa Anfora (cooperativa L’Ovile). Dopo il saluto del vicesindaco Giuseppe Pagani, Culicchia e Bazzega hanno conversato con Maurizio Gozzi, responsabile di Anfora, raccontando percorsi personali e collettivi che rivelano il peso delle scelte politiche sul destino delle famiglie.

Per Culicchia, Walter Alasia era prima di tutto un parente — un cugino più grande con cui condividere l’infanzia — e solo dopo la figura pubblica legata agli anni di piombo. Per Bazzega, invece, Alasia è stato l’autore di una ferita profonda: nel dicembre 1976, a Sesto San Giovanni, l’uomo uccise Sergio Bazzega, poliziotto, insieme al vicequestore Vittorio Padovani. Quel gesto ha segnato l’infanzia e l’identità di Giorgio, che ha raccontato in sala il lungo percorso dalla rabbia alla ricerca di senso.

La lunga strada dalla vendetta alla riparazione

Bazzega ha descritto anni segnati dal desiderio di vendetta, dalla partecipazione a ambienti estremisti fino alla dipendenza e alla violenza autodistruttiva. Solo dopo aver iniziato un percorso di giustizia riparativa — avviato nel 2008 e sostenuto dall’incontro con figure come Franco Bonisoli — ha potuto confrontarsi con il proprio rancore e, poi, incontrare pubblicamente chi era stato protagonista di quelle vicende politiche.

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Questo tipo di processo, ha spiegato, non equivale a un facile perdono: è piuttosto il lavoro paziente di mettere a fuoco cosa è accaduto, riconoscere il danno e trovare forme di responsabilità che non si riducano alla vendetta. Per Giorgio, l’incontro con Curcio e altri protagonisti storici è stata l’occasione per liberarsi dalla «dipendenza dall’odio» e per assumere un ruolo diverso nella società.

  • Perché conta oggi: restituisce un modello praticabile per trattare ferite storiche senza negarle.
  • Impatto sociale: la giustizia riparativa offre strumenti per integrare vittime e autori nella comunità, riducendo il rischio di nuove polarizzazioni.
  • Memoria pubblica: racconti personali aiutano a rivedere narrazioni collettive sugli anni di piombo senza mitizzazioni.

Il racconto dello scrittore

Culicchia ha parlato del lavoro editoriale che lo ha portato a ricostruire la vita di Alasia, un viaggio durato decenni per restituire umanità a figure spesso ridotte a simboli. Ha ricordato le ambivalenze del periodo: l’impegno politico, le famiglie legate al PCI, le punizioni subite dai lavoratori coinvolti in lotte sindacali e, più in generale, la contrapposizione profonda che segnò la società italiana del secondo dopoguerra.

Lo scrittore ha anche sottolineato come, accanto alla violenza, quegli anni abbiano generato fermento culturale poi in larga parte dimenticato. La sua intenzione, ha detto, è stata restituire complessità a persone trasformate dalla Storia in icone di opposto: vittime o carnefici, senza vie di mezzo.

La conversazione è tornata più volte sui costi umani delle divisioni politiche: Culicchia ha ricordato la morte di Alasia e la rabbia privata per una perdita vissuta come ingiustizia; Bazzega ha raccontato della solitudine, dell’adesione a gruppi estremisti per sentirsi parte di qualcosa e dell’usura del trauma nel tempo. L’incontro pubblico ha voluto proprio rompere il monolite della narrazione manichea.

Un gesto simbolico

Alla fine dell’incontro, i due protagonisti si sono avvicinati sul palco e si sono abbracciati: un’immagine che non cancella i crimini né annulla il dolore, ma indica la possibilità di un confronto umano dopo decenni di rancore. Per gli organizzatori e per molti presenti si è trattato di un momento di grande valore simbolico, che solleva questioni pratiche su come trasformare la memoria in risorsa civile.

La serata rilancia alcune domande ancora attuali: come costruire spazi pubblici dove le vittime possano essere riconosciute senza essere reclusi nel ruolo eterno di martiri? In che modo la società può recuperare chi ha compiuto atti violenti? La risposta non è immediata, ma l’esperienza di Scandiano indica percorsi possibili e praticabili.

In tempi segnati da nuove polarizzazioni, l’esempio di un dialogo che non rimuove il dolore ma tenta di tenerlo insieme alla responsabilità pubblica offre un punto di osservazione utile per chi si occupa di memoria, politica e riconciliazione.

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