Appennino: armi tradizionali ripartono, boom di artigiani e turismo

Di : Lorenzo Dalmoro

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Nel cuore dell’Appennino bolognese si rinnova l’attenzione verso una pratica artigiana poco conosciuta ma di grande valore: armaioli e cesellatori locali hanno prodotto nel tempo archibugi che vengono considerati vere opere d’arte. La riscoperta di questi manufatti non è solo storia dell’arte: può diventare leva per la valorizzazione culturale e turistica del territorio.

Una tradizione che unisce meccanica e ornamento

Dietro a quella che molti immaginano come una economia legata solo alla montagna e all’agricoltura, c’è una piccola ma raffinata scuola di maestri ferraioli e cesellatori. Le lavorazioni combinano una precisione meccanica sorprendente con decori finemente intagliati, come se la tecnica si fosse vestita dell’estetica degli orafi.

Tra le famiglie protagoniste di questa storia emergono nomi che hanno lasciato tracce nei musei e nelle collezioni private: gli Acquafresca, i Negrini, i Pozzi, i Ghini. I pezzi prodotti in passato — soprattutto gli archibugi — sono oggi ricercati da collezionisti internazionali per la qualità della fattura e per i decori.

La mostra a Bologna

Il 7 e l’8 giugno, nelle sale di Palazzo Bentivoglio (via delle Belle Arti), è in programma un’esposizione che ripercorre questo percorso artigiano. La rassegna arriva in città dopo le tappe a Palazzo Comelli a Bargi e al Museo di arti e mestieri di Pianoro, ricomponendo un mosaico di officine e laboratori dell’Appennino.

All’esposizione saranno esposti esemplari storici tanto per la loro tecnica quanto per le decorazioni, e tra gli ospiti è prevista la presenza di un esponente diretto della tradizione: Fabrizio Acquafresca, cesellatore della diciassettesima generazione, che rappresenta la continuità di un mestiere raramente tramandato in linea ininterrotta.

  • Cosa vedere: archibugi cesellati, lastre e canne decorate, esempi di meccanica applicata alle armi storiche.
  • Luoghi legati alla vicenda: Bargi (oggi frazione di Camugnano), officine storiche dell’Appennino, musei locali.
  • Figure chiave: Matteo Acquafresca (armiere dei Medici, 1651–1738) e le famiglie artigiane citate sopra.

Di Matteo Acquafresca è noto un pezzo particolarmente emblematico: un fucile a ripetizione del tardo XVII secolo che viene spesso citato come esempio di inventiva tecnica unita a una decorazione di forte impatto visivo, con motivi mitologici e floreali incisi sulle piastre e sulle canne.

Perché questa storia conta oggi

La rassegna non è solo un richiamo per gli specialisti: valorizzare questi manufatti significa restituire visibilità a una economia della montagna fatta di competenze, favorire la tutela di un patrimonio artigianale e aprire percorsi culturali alternativi che combinano storia, artigianato e turismo lento.

Per il territorio la mostra rappresenta inoltre un’occasione pratica: promuovere la conservazione degli oggetti, stimolare studi e catalogazioni, e creare sinergie tra musei, collezionisti e istituzioni locali per mantenere viva una memoria tecnica che rischia altrimenti di perdersi.

Chi visita la mostra troverà non solo pezzi d’epoca ma anche storie di laboratori familiari, tecniche tramandate e un esempio concreto di come cultura materiale e identità locale possano dialogare per raccontare un’Appennino meno noto ma ricco di saperi.

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