Badanti, stipendi bassi e lavoro in nero: a rischio l’assistenza agli anziani

Di : Teodoro Montani

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Questa mattina un presidio davanti a Palazzo Lascaris ha riportato sotto i riflettori una realtà spesso nascosta: le donne che lavorano nelle case piemontesi come colf e badanti chiedono riconoscimento, tutele e salari dignitosi. Le ragioni dell’urgenza sono concrete: irregolarità diffuse, redditi bassi e poche garanzie fanno rischiare assistenza compromessa per anziani e fragili.

Secondo i sindacati promotori, Filcams Cgil Torino e CGIL Torino, il settore del lavoro domestico in Italia coinvolge oltre un milione e mezzo di persone; in Piemonte la stima parla di circa 118.000 assistenti familiari. Molte prestazioni sono ancora fuori dal sistema contrattuale e previdenziale: i sindacati denunciano che almeno la metà delle badanti nel territorio regionale opera in nero.

Perché conta adesso

Con l’aumento dell’invecchiamento della popolazione e la contrazione dei servizi residenziali, il lavoro di cura è diventato cruciale per la tenuta sociale. L’assenza di tutele non riguarda solo le lavoratrici: pesa sulle famiglie che, spesso, devono farsi carico di costi imprevisti per garantire continuità assistenziale.

Adriana Cretu, responsabile dell’ufficio vertenze Colf CGIL, sintetizza così la situazione: molte operatrici sono «invisibili» sul piano dei diritti e rimangono vulnerabili a sfruttamento e precarietà. Tra le criticità concrete, malattie non retribuite e pensioni minime per chi ha contratti part‑time.

Stipendi, assenze e protezioni

Il quadro include diversi nodi pratici: permessi non retribuiti anche in presenza di diritto alla Legge 104, assenza di indennità in caso di interruzione lavorativa e pensioni modeste per chi ha lavorato part‑time. Alcuni casi documentati parlano di assegni pensionistici ridotti a poche decine di euro al mese.

Una vicenda portata al presidio illustra il problema: una lavoratrice che a marzo 2026 ha scoperto di aver bisogno di un trapianto di fegato si è trovata senza reddito e senza Naspi (secondo le attuali regole non spettante se non si lavora), costretta a rivolgersi alla Caritas per le spese quotidiane.

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Le proposte emerse

Dal confronto con i consiglieri regionali e le sigle sindacali sono arrivate richieste concrete per misure di breve e medio termine:

  • Un albo regionale delle badanti per garantire formazione e reperibilità del personale;
  • Istituzione di fondi o ammortizzatori sociali in deroga per coprire periodi di malattia o transizione lavorativa;
  • Creazione di un tavolo tecnico regionale per definire interventi coordinati a sostegno di famiglie e lavoratrici;
  • Maggiore aiuto economico alle famiglie che assistono non autosufficienti e un fondo di tutela per malattia e maternità.

Germana Canali, segretaria generale di Filcams Torino, ha sottolineato la necessità di misure temporanee che evitino il vuoto assistenziale quando una badante si ammala o viene a mancare l’assistito. Per Elena Ferro della segreteria CGIL Torino, un elenco ufficiale faciliterebbe anche il contrasto al lavoro in nero.

Chi sono le lavoratrici

Il panorama demografico è marcato: circa il 95% delle operatrici è straniero, con barriere linguistiche e difficoltà nell’accesso a percorsi formativi e informativi. Questo elemento complica l’emersione dal sommerso e l’applicazione efficace dei contratti.

Nel dibattito in Consiglio Regionale il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico hanno espresso sostegno alle proposte sindacali. I consiglieri Sarah Disabato, Alberto Unia e Pasquale Coluccio hanno chiesto l’apertura immediata di un tavolo per contrastare sfruttamento e isolamento; le esponenti Pd Gianna Pentenero e Nadia Conticelli hanno sollecitato un maggiore aiuto economico alle famiglie e misure specifiche per le lavoratrici.

Per Alice Ravinale (Avs) l’iniziativa di oggi è una tappa di una mobilitazione più ampia: «la cura delle persone non autosufficienti è un settore che reclama investimenti e attenzione istituzionale».

Conseguenze pratiche per i cittadini

Se non intervenisse un cambio di passo, le famiglie rischiano di trovarsi a dover fronteggiare interruzioni di assistenza o costi maggiori per soluzioni di emergenza; le lavoratrici, invece, rimarrebbero esposte a sfruttamento e precarietà. Per chi dipende da servizi domestici regolari, una rete di tutele più solida significa continuità assistenziale e meno spese improvvise.

Il richiamo dei sindacati e dei consiglieri regionali è chiaro: servono norme e strumenti operativi a breve termine (fondo malattia, elenchi ufficiali) e politiche pubbliche strutturali che rendano il lavoro di cura sostenibile nel medio periodo.

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