I dati regionali sulla campagna di prevenzione hanno riacceso il dibattito: la Regione invia gli inviti, ma la risposta dei cittadini rimane insufficiente, con possibili effetti sulla diagnosi precoce. La rilevanza è immediata: partecipazione bassa agli screening significa ritardi nella scoperta di tumori che invece si potrebbero intercettare in fase iniziale.
La consigliera regionale del Partito Democratico, Monica Canalis, ha ottenuto dall’assessorato alla Sanità i documenti relativi alla cosiddetta “Prevenzione Serena” aggiornati al 2024. Secondo la sua lettura, la macchina organizzativa funziona nel mandare le lettere — la copertura teorica degli inviti supera il 100% rispetto alle popolazioni target — ma la trasformazione dell’invito in esame effettivo è carente.
I numeri chiave
Questi i dati principali segnalati dalla consigliera, che sollevano dubbi sulle modalità di contatto e sulla capacità del servizio di convertire l’interesse in partecipazione reale.
| Screening | Popolazione target (circa) | Adesioni segnalate |
|---|---|---|
| Screening mammografico | 331.000 | 180.000 |
| Screening della cervice uterina | 351.000 | 146.000 |
| Screening del colon retto | 447.000 | 173.000 |
Il quadro che emerge è di un divario significativo fra inviti notificati e partecipanti effettivi: per tutte e tre le tipologie lo scarto è significativo, con il colon retto che registra la minore adesione relativa.
Confronto regionale e punti critici
Canalis ha richiamato anche il confronto con altre regioni, citando la classifica ministeriale LEA 2023 in cui il Piemonte si colloca a **93 punti**, dietro a regioni come Veneto e Provincia autonoma di Trento (98), Emilia-Romagna (97), Lombardia (95) e Toscana.
Più che puntare il dito, la consigliera solleva interrogativi pratici: le lettere sono sufficienti per raggiungere tutti? È possibile che una quota consistente di non aderenti si rivolga al privato, ma questo non spiega per intero i numeri. Servono verifiche e nuovi strumenti di outreach.
Tra gli spunti avanzati vi è anche la proposta di rivedere i criteri anagrafici dello screening mammografico, valutando l’estensione della fascia d’età anche verso i 40 anni e oltre i 69 anni, ipotesi che richiede valutazioni medico-scientifiche e di sostenibilità organizzativa.
Prossimi passi e implicazioni
Per chiarire se ci sono state variazioni recenti Canalis ha già richiesto i dati relativi al 2025. Intanto, la questione apre due ordini di problemi pratici per la politica sanitaria regionale:
- la necessità di misurare l’effettiva efficacia della comunicazione agli utenti;
- la ricerca di strumenti alternativi (contatti telefonici mirati, campagne territoriali, coinvolgimento dei medici di base) per aumentare l’adesione.
Il rischio concreto è che la mancata partecipazione riduca l’impatto preventivo degli screening, con possibili ritardi diagnostici e maggiori oneri per il sistema sanitario in futuro. La Regione dovrà dunque valutare rapidamente se intervenire sulle modalità di convocazione e sugli eventuali ampliamenti di fascia d’età, sulla scorta dei dati 2025 appena richiesti e del confronto con le best practice nazionali.
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