A Vigone, nelle sale storiche del palazzo in via Umberto I 7, è aperta fino al 6 maggio una mostra che ricostruisce le origini della Biblioteca Luisia, nata da un lascito ottocentesco. L’esposizione mette a confronto libri rari e documenti d’archivio per spiegare perché quel deposito di libri continua a pesare sulla memoria civica e culturale del territorio.
La mostra, curata dall’archivio storico cittadino, è visitabile il sabato mattina e offre aperture straordinarie in occasione di Vigoflor. Per chi vuole programmare la visita è possibile prenotare anche in altri orari telefonando al 329 1918300.
Come visitare
- Luogo: sale storiche, via Umberto I 7, Vigone
- Apertura: sabato, dalle 10 alle 12; apertura straordinaria per Vigoflor (oggi fino alle 12 e dalle 14 alle 18:30; domani dalle 15 alle 18:30)
- Periodo: fino al 6 maggio
- Prenotazioni: chiamare il 329 1918300
Un lascito che ha creato una biblioteca
La storia prende le mosse dal medico Giuseppe Antonio Luisia, nato a Vigone nel 1806, che alla sua morte nel 1870 lasciò un nucleo di 689 volumi: il patrimonio da cui si sviluppò la biblioteca che porta il suo cognome. Luisia aveva vissuto tra la Francia e il pinerolese e, influenzato da ideali di impostazione napoleonica, intendeva promuovere un accesso laico alla conoscenza.
Nel testamento avrebbe escluso testi di carattere teologico dalla nuova istituzione, scelta che però non è rimasta intatta nel tempo: successive vicende amministrative e culturali modificarono quel vincolo iniziale.
Radici familiari e percorso istituzionale
La famiglia Luisia ha origini trentine e si lega a Vigone per oltre due secoli: numerosi antenati svolsero ruoli militari, mentre il padre di Giuseppe, François Xavier, esercitava la professione forense; la madre era Rose Cècile Bessone. Non avendo eredi diretti, il medico decise di destinare il proprio patrimonio alla collettività.
Il passaggio ufficiale avvenne il 13 giugno 1871, quando un Regio decreto autorizzò l’accettazione del lascito. I volumi furono inizialmente collocati in quattro scaffali al primo piano del palazzo comunale: il loro allestimento fu affidato a falegnami locali, mentre un maestro elementare, Pietro Rosa, si impegnò a recuperarli e ordinarli.
Dal piccolo nucleo a una sede stabile
Negli anni successivi la biblioteca si strutturò: nel 1888 fu costituita una commissione dedicata e nel 1892 il Consiglio comunale deliberò l’acquisto del palazzo Arnaldi di Balme, acquistato per 19.000 lire. L’anno successivo la raccolta trovò la collocazione definitiva e la gestione fu rinnovata sotto la responsabilità del senatore Clemente Corte.
La vicenda mostra come una donazione privata possa trasformarsi in un bene pubblico, con tappe amministrative spesso complesse che riflettono rivalità e questioni locali.
Un cambio di regole durante il fascismo
Tra gli snodi più rilevanti della sua storia c’è la stagione del Ventennio: cade l’originaria volontà di escludere i religiosi dalla gestione della biblioteca, sostituita da criteri politici legati all’adesione al fascismo. È un esempio di come i contesti politici possano ridefinire anche istituzioni culturali apparentemente autonome.
Restano inoltre lacune documentarie: non esiste oggi un inventario completo e certo dei 689 volumi originari. Secondo la storica che ha curato la ricerca d’archivio, molte opere risultano in lingua francese e l’elenco puntuale dei titoli non è completo.
- 1870 – Testamento e lascito di 689 volumi da parte di Giuseppe Antonio Luisia
- 1871 – Regio decreto che autorizza l’accettazione della donazione
- 1888 – Istituzione della commissione biblioteca
- 1892-1893 – Acquisto del palazzo Arnaldi di Balme e trasferimento della raccolta
- Periodo fascista – Modifica dei criteri di gestione con esclusione basata su allineamento politico
Daniela Dinato, che ha condotto ricerche sul fondo storico per oltre un anno, sottolinea come questa indagine abbia riportato alla luce aspetti poco noti della vicenda e al tempo stesso lasci ancora domande aperte: «Abbiamo ricostruito le linee principali, ma il catalogo originario resta in parte oscuro», spiega Dinato.
Perché la mostra conta oggi? Perché offre l’occasione di vedere documenti originali che raccontano non solo la vita di un singolo donatore, ma anche l’evoluzione delle istituzioni culturali locali, il rapporto tra laicità e potere e le trasformazioni politiche che hanno inciso sulla gestione del sapere pubblico.
La mostra è quindi una tappa utile sia per chi si interessa di storia locale sia per chi studia la storia delle biblioteche e della circolazione dei libri in lingua francese e italiana nell’Ottocento: un invito a guardare la città attraverso i suoi archivi.
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