Biennale 2026: Barbados e Annalee Davis conquistano le Corderie dell’Arsenale

Di : Lorenzo Dalmoro

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La presenza di Annalee Davis nella mostra centrale della Biennale d’arte 2026 segna un momento di svolta: per la prima volta un’artista di Barbados è invitata al cuore dell’esposizione veneziana con opere che collegano direttamente il passato coloniale alle crisi ambientali contemporanee. Quel che rende il progetto urgente oggi è il modo in cui trasforma materiali botanici e pratiche artigiane in strumenti di memoria e di cura, interrogando il lascito ambientale delle piantagioni e le tensioni generate dall’overtourism.

Il lavoro di Davis, presentato sia alle Corderie dell’Arsenale sia ai Giardini, ruota attorno al concetto di plantationocene: l’idea che lo sfruttamento estrattivo e il colonialismo abbiano definito gli assetti ecologici che ora chiamiamo crisi climatica. L’artista barbadiana trasforma questi temi in installazioni che mescolano erbarî, tessuti, merletti e piante coltivate nel suo laboratorio a St. George, ricavato da una vecchia piantagione.

Nel piccolo studio attorno al quale è nato il progetto, Davis coltiva un «apotecario» vivo: specie autoctone recuperate e sperimentazioni botaniche che diventano materia delle sue opere. Alcuni pezzi mostrati a Venezia contengono resti di specie ormai scomparse o ferite dal tempo; altri utilizzano merletti importati o foglie essiccate disposte con un ritmo quasi rituale. L’effetto è contemplativo, lento per scelta, un antidoto alla velocità comunicativa dell’oggi.

Le opere, a volte delicate come un erbario murale e altre più monumentali, instaurano un dialogo tra memoria coloniale, riti vegetali e pratiche di cura. Nei Giardini alcuni merletti sono esposti in vetrina con un carattere sacro e domestico insieme; alle Corderie, sale come la numero 9 mostrano installazioni prive di didascalie che puntano a un’esperienza sensoriale piuttosto che informativa.

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Nonostante la qualità delle singole opere, il percorso espositivo all’Arsenale soffre di una segnaletica scarsa: molti visitatori devono affidarsi allo smartphone per ottenere informazioni. L’allestimento può risultare disomogeneo e, in alcuni casi, le opere minori vengono oscurate da installazioni più imponenti; le pièces di Davis, per fortuna, mantengono una forte presenza.

Temi chiave e implicazioni

Il progetto di Davis porta con sé questioni concrete per il presente: chi decide il recupero ecologico di paesaggi trasformati dalle piantagioni? Come si costruisce un sapere botanico che sia depurato dalla logica estrattiva? E quale ruolo hanno arte e cultura nella costruzione di alleanze regionali contro la perdita di biodiversità e gli impatti del turismo di massa?

Davis ha anche avviato collaborazioni trans-linguistiche — tra cui un lavoro con lo scrittore peruviano Miguel A. López — per immaginare piattaforme comuni tra Caraibi anglofoni e ispanofoni, affrontando temi che vanno dalla conservazione delle infrastrutture culturali al controllo dell’overtourism che sta rimodellando coste e comunità.

La pratica artistica si presenta dunque come atto politico e terapeutico: recupero di piante autoctone, ricami, tinture naturali e assemblaggi tessili diventano strumenti per «disimparare» le logiche della piantagione e per sperimentare forme alternative di relazione con il territorio.

Opere e materiali

  • Elementi botanici: foglie, semi, fronde, infiorescenze e baccelli raccolti nell’isola di St. George.
  • Tessili e merletti: pizzi storici ricuciti, alcuni provenienti da lavorazioni in Italia, integrati in strutture espositive sacre e domestiche.
  • Reperti naturalistici: riferimenti a specie estinte o rare conservate in calchi o installazioni, che richiamano la perdita di biodiversità.
  • Pratiche lente: il lavoro artigianale e la cura del tempo come risposta alla frenesia contemporanea.

Questi materiali, spesso fragili e suscettibili al degrado, costringono a ripensare anche la conservazione museale: Davis racconta di aver perso piante del suo giardino a causa di uragani, mentre la canna da zucchero si è dimostrata incredibilmente resistente, ironia storica che rinforza il messaggio critico verso il passato coloniale.

Il lavoro esposto evidenzia inoltre come la crisi ecologica sia intrecciata a questioni culturali e linguistiche: il Caribe, frammentato da lingue e storie imposte, richiede ponti di collaborazione per affrontare politiche ambientali condivise.

Visitare le installazioni: informazioni pratiche

  • Dove: Padiglione delle Barbados, Corderie dell’Arsenale (sala 6) e installazioni ai Giardini.
  • Fino al: 22 novembre 2026.
  • Nota pratica: per accedere a Venezia è necessario acquistare in anticipo il permesso di ingresso (circa 10 €) sul sito istituzionale cda.ve.it prima della stazione di Santa Lucia.
  • Come arrivare: dalla stazione ai Giardini/Arsenale si può prendere il vaporetto (linea 2) o percorrere a piedi in circa un’ora. Per evitare le resse, è consigliabile entrare dall’accesso secondario dell’Arsenale attraverso le Fondamenta Nuove.
  • Dove mangiare: nelle vicinanze La Corte Sconta è una scelta consolidata tra i visitatori dei Giardini.

Le opere di Annalee Davis fanno parte di collezioni internazionali e i suoi scritti sono pubblicati da editori accademici rinomati. L’inclusione nell’esposizione centrale della Biennale segna un riconoscimento istituzionale significativo per Barbados e contribuisce a porre le eredità ambientali caraibiche al centro del dibattito artistico globale.

In tempi in cui la lotta climatica sembra spesso confinata ai numeri e alle leggi, il percorso di Davis ricorda che la trasformazione passa anche attraverso pratiche di cura, memoria e dialogo interculturale: non solo denunciando, ma costruendo visioni condivise per paesaggi ancora recuperabili.

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