La giuria internazionale della Biennale di Venezia si è dimessa a sorpresa a pochi giorni dall’inaugurazione, dopo aver confermato la volontà di escludere dai premi due nazioni i cui leader sono accusati davanti alla Corte penale internazionale. La mossa rilancia il dibattito sul confine tra arte e politica e cambia il calendario e le regole della mostra.
La decisione dei cinque giurati — guidati dalla presidente Solange Farkas e composta da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi — è arrivata nove giorni prima dell’apertura ufficiale. In una nota hanno spiegato che, per coerenza con il proprio voto del 22 aprile, non avrebbero assegnato i premi annuali, incluso il Leone d’Oro, a paesi i cui leader sono sotto accusa dalla Corte penale internazionale, citando in particolare Russia e Israele.
La scelta aveva già suscitato forti contestazioni pubbliche. Nei mesi scorsi la Biennale era finita sotto accusa per la riapertura del padiglione russo, chiuso dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022; la decisione ha provocato critiche anche dal governo italiano e il congelamento di contributi europei alla manifestazione.
Contemporaneamente, la presenza di Israele è stata contestata da chi ricorda l’offensiva nella Striscia di Gaza iniziata nell’ottobre 2023 e le contestazioni rivolte ai suoi vertici da parte della comunità internazionale e della Corte. Critici e osservatori avevano parlato di un possibile doppio standard se la Biennale avesse trattato i due casi in modo differente: è su questo terreno che la giuria aveva scelto l’esclusione dai premi.
La reazione ufficiale israeliana è stata dura: il ministero degli Esteri ha parlato di una trasformazione della Biennale in «uno spazio di indottrinamento politico anti-israeliano», mentre l’artista selezionato per rappresentare Israele, lo scultore Belu-Simion Fainaru, ha annunciato l’intenzione di ricorrere alle vie legali sostenendo presunte discriminazioni e atti di antisemitismo.
Negli ultimi giorni la vicenda si è intrecciata con interventi istituzionali. Il ministro della Cultura italiano, Alessandro Giuli, che aveva disertato l’inaugurazione per la controversia sul padiglione russo, ha dichiarato di aver telefonato all’artista israeliano per esprimere vicinanza. Mercoledì sul posto sono arrivati anche quattro ispettori del ministero per acquisire informazioni sulla decisione della giuria e sulla partecipazione russa alla mostra.
Poche ore dopo il sopralluogo degli ispettori è arrivata la rinuncia collettiva dei giurati. La Biennale ha subito annunciato due novità operative:
- istituzione dei nuovi premi chiamati Leoni dei Visitatori, votati dal pubblico tra l’apertura (9 maggio) e la chiusura (22 novembre) della mostra; anche Russia e Israele sono stati inclusi in questa competizione;
- rinvio dell’assegnazione dei premi ufficiali al 22 novembre, per consentire la nomina di una nuova giuria.
Quanto accaduto ha implicazioni pratiche e simboliche. A livello amministrativo la perdita di una giuria designata all’ultimo minuto complica l’organizzazione e rischia di alimentare ulteriori contenziosi legali. Sul piano culturale, la vicenda riaccende il confronto su come le istituzioni espositive si rapportano a guerre, diritti internazionali e pressioni diplomatiche.
Per i visitatori e gli operatori del settore le questioni aperte sono concrete: chi valuta la qualità artistica quando la politica condiziona i premi? In che modo musei e festival possono mantenere indipendenza senza ignorare accuse internazionali di gravità estrema? Sono interrogativi che resteranno al centro del dibattito fino alla chiusura della Biennale e oltre.
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