Le restrizioni introdotte dal governo sul commercio della cannabis light hanno acceso un braccio di ferro tra esecutivo, magistratura e settore produttivo: mentre il decreto del 2025 vieta la vendita di infiorescenze e derivati, i periti giudiziari continuano a riscontrare livelli di THC troppo bassi per parlare di effetti droganti. La questione approda ora alla Corte costituzionale, con ricadute concrete su negozi, aziende agricole e sulle azioni delle forze dell’ordine.
Negli ultimi due anni la normativa italiana ha oscillato tra aperture e serrate. Dal 2016 la coltivazione di canapa industriale era consentita entro soglie di THC indicate dall’Unione europea (tra lo 0,2% e lo 0,6%). Nel 2023 il ministro della Salute ha inserito i prodotti a base di CBD in una categoria più restrittiva; nel 2025 il governo ha poi emanato un decreto — noto come decreto sicurezza — che ha vietato la produzione, la distribuzione e la vendita di infiorescenze di canapa e loro derivati.
Le analisi scientifiche nei processi
Ogni volta che carichi sequestrati finiscono nei laboratori disposti da procure e tribunali, i risultati sono ricorrenti: i livelli di THC riscontrati non giustificano un’“efficacia drogante”. Questo dato tecnico ha spinto magistrati a disporre la restituzione della merce in numerosi casi e a sollevare dubbi sulla legittimità del divieto assoluto previsto dal decreto.
Avvocati difensori e rappresentanti del comparto sostengono che la norma si basa su una «presunzione di pericolosità» non supportata dalle evidenze scientifiche e incompatibile con il quadro normativo europeo. Da parte loro, i giudici che hanno esaminato i singoli sequestri chiedono alla Corte costituzionale di dirimere il contrasto tra normativa nazionale e diritto dell’Unione.
Numeri e ricadute pratiche
Il provvedimento ha generato un’ondata di sequestri, indagini e danni economici: negozi chiusi, aziende agricole in difficoltà e dipendenti licenziati. Molte delle contestazioni penali sono però rientrate dopo le analisi, con conseguenti dissequestri e archiviazioni.
- Osservatorio del settore: su 29 inchieste monitorate, 18 hanno portato alla restituzione dei beni sequestrati; ci sono state 6 archiviazioni e 1 assoluzione documentata.
- Episodi significativi: nel Bresciano un commerciante era stato arrestato per il possesso di infiorescenze; è stato poi rimesso in libertà in occasione della prima udienza.
- Effetto pratico nei controlli: negli ultimi mesi i sequestri sono diminuiti, probabilmente perché le forze dell’ordine evitano azioni destinate a essere annullate dai tribunali.
Il ricorso alla Consulta e le questioni aperte
Più giudici di merito hanno sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’articolo che vieta la detenzione e la vendita delle infiorescenze, sostenendo che la norma non tenga conto delle analisi scientifiche né del diritto europeo che disciplina la canapa. Il caso arrivato dalla provincia di Brescia è uno degli ultimi motivi che hanno spinto a presentare il ricorso; altre istanze erano state già inoltrate da magistrati di Brindisi e Trani.
La prima udienza davanti alla Corte è stata fissata per ottobre: l’esito potrebbe chiarire se il divieto del 2025 debba essere mantenuto così com’è, modificato o annullato. Una decisione della Consulta non riguarderà solo questioni giuridiche astratte, ma avrà effetti immediati sul mercato, sui procedimenti penali in corso e sulla strategia di controllo delle forze dell’ordine.
Perché conta per il cittadino comune
Oltre all’impatto su imprese e lavoratori, la controversia interessa i consumatori e il sistema giudiziario: dalla disponibilità di prodotti a base di CBD alle risorse impiegate nelle indagini e nei processi, fino al principio giuridico che definisce cosa possa essere considerato effettivamente pericoloso per la salute pubblica.
In mancanza di una soluzione normativa chiara, la situazione resterà frammentata: decisioni locali dei tribunali, interventi saltuari delle forze dell’ordine e ripercussioni economiche per un settore che chiede regole stabili e certezza del diritto.
Per riassumere lo stato attuale:
- Normativa vigente: divieto generale introdotto nel 2025 contro infiorescenze e derivati; restrizione già ampliata nel 2023.
- Posizione scientifica: periti spesso trovano livelli di THC non idonei a determinare effetti droganti.
- Situazione giudiziaria: ricorsi alla Corte costituzionale e prima udienza fissata per ottobre.
- Conseguenze pratiche: calo dei sequestri recenti e numerosi dissequestri e archiviazioni.
Nei prossimi mesi la pronuncia della Consulta sarà la mappa che definirà il futuro immediato del settore: una sentenza favorevole potrebbe ripristinare spazi di mercato e normalizzare i controlli; una conferma del divieto imporrebbe scenari di adeguamento e possibili nuovi ricorsi. Per aziende, consumatori e operatori delle forze dell’ordine la posta in gioco è quindi concreta e ha effetti tangibili nel breve termine.
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