Demenza: 40% evitabile, cosa fare subito per rallentare l’Alzheimer

Di : Lorenzo Dalmoro

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Gli esperti riuniti al Congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria a Padova tracciano un quadro inedito: la demenza non è più vista come destino inevitabile. Tra nuove terapie, esami del sangue e strategie di prevenzione, cresce l’opportunità di intervenire prima e meglio — ma il sistema sanitario italiano fatica a tenere il passo.

Terapie in trasformazione

Negli ultimi anni sono arrivate in ambito clinico terapie che mirano a rimuovere aggregati proteici alla base della malattia. Tra queste, gli anticorpi monoclonali come lecanemab e donanemab puntano a ridurre la presenza di beta‑amiloide nel cervello, con l’obiettivo di rallentare il deterioramento cognitivo in pazienti selezionati.

Si tratta di farmaci complessi: i benefici appaiono limitati a casi precisi, il trattamento comporta rischi e costi elevati. La decisione della Commissione scientifica ed economica dell’Aifa di non includere questi medicinali in rimborsi pubblici ha acceso il dibattito sulla sostenibilità e sull’equità di accesso.

Secondo il presidente eletto dell’AIP, Carlo Serrati, queste terapie rappresentano un passo avanti significativo ma non una cura definitiva: servono percorsi diagnostici rapidi e una riorganizzazione dei servizi per seguire i pazienti nel tempo, oltre a un rafforzamento delle misure preventive e dell’assistenza ai caregiver.

Diagnosi precoce: un cambio di prospettiva

La ricerca diagnostica registra progressi concreti: test ematici che misurano biomarcatori come amiloide e tau stanno diventando strumenti sempre più affidabili per stimare il rischio di Alzheimer molto prima della comparsa dei sintomi.

Questo rende urgente ripensare l’intera filiera di cura. Come sottolinea Angelo Bianchetti, segretario scientifico AIP, la capacità di individuare precocemente i casi richiede reti territoriali più solide, servizi sociali integrati e supporto ai familiari; l’attuale modello, spesso centrato sull’ospedale, non è adeguato alle esigenze di anziani con patologie multiple.

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PREVE.D.I.: mettere la prevenzione al centro

Il progetto PREVE.D.I. (Prevenzione Demenze e Ictus), promosso dall’AIP, è un esempio pratico di intervento sul territorio. Coordinato da Serrati, ha coinvolto centinaia di persone e ha evidenziato come molti partecipanti presentassero fattori di rischio non noti in precedenza: un segnale forte sull’esistenza di un ampio “rischio sommerso”.

Il messaggio è chiaro: agire sui fattori modificabili può dimezzare o ridurre significativamente l’incidenza futura delle demenze, se le politiche sanitarie ne fanno una priorità e non un’aggiunta secondaria.

Cosa può fare oggi chi legge

Le strategie efficaci non sono tutte farmacologiche. Piccoli cambiamenti nello stile di vita hanno impatti misurabili sul rischio cognitivo.

  • Attività fisica: camminare regolarmente, con l’obiettivo indicativo di circa 7.000 passi al giorno, è associato a un rallentamento dell’accumulo di proteine nocive.
  • Sono e riposo: un sonno continuativo di 7‑8 ore favorisce i processi di “pulizia” cerebrale; dormire molto meno o molto più aumenta il rischio.
  • Dieta mediterranea: un’alimentazione ricca di verdure, pesce, olio d’oliva e cereali integrali mostra effetti protettivi sul declino cognitivo.
  • Controllo dei fattori vascolari: ipertensione, diabete e colesterolo vanno monitorati e curati.
  • Vaccinazioni di routine: vaccinarsi contro influenza, pneumococco e herpes zoster è stato correlato a una riduzione del rischio di demenza in diversi studi.
  • Stimolazione cognitiva e relazioni sociali: mantenere attività mentali e una rete sociale attiva sostiene la resilienza cerebrale.

Queste misure non garantiscono l’immunità, ma, combinate, possono spostare in meglio il profilo di rischio individuale e collettivo.

Implicazioni per il sistema sanitario

Le novità scientifiche aprono opportunità ma impongono anche scelte: come selezionare i pazienti per terapie costose, come organizzare percorsi diagnostici tempestivi e come finanziarli in un contesto di risorse limitate? Le risposte influiranno direttamente su accesso alle cure e sostenibilità dei servizi, con ricadute importanti per famiglie e caregiver.

Il congresso AIP a Padova ha messo in evidenza una tensione cruciale: la transizione dalla ricerca all’assistenza pratica richiede investimenti organizzativi, formazione specialistica e una politica che metta la prevenzione al centro.

La conclusione è pragmatica: la demenza non è più considerata una condanna inevitabile, ma trasformare questa possibilità in risultati concreti richiede decisioni rapide, politiche coerenti e l’impegno di comunità e istituzioni.

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