Una ong palestinese e i legali degli attivisti parlano di violenze fisiche e psicologiche durante l’intercettazione in alto mare e il trasferimento al porto di Ashdod: la vicenda ha scatenato una crisi diplomatica e riaperto il confronto sull’uso della forza in mare. Sullo sfondo ci sono decine di persone, compresi 27 cittadini italiani, testimonianze di pestaggi e il video diffuso dal ministro della sicurezza israeliano che ha innescato proteste internazionali.
Cosa è accaduto secondo gli avvocati
Il team legale di Adalah, un centro giuridico palestinese, ha riferito il 20 maggio di aver incontrato alcuni partecipanti della Global Sumud Flotilla detenuti dopo l’abbordaggio avvenuto in acque internazionali. I legali parlano di ferite compatibili con percosse, difficoltà respiratorie e segni di uso di dispositivi elettrici.
Il materiale video pubblicato dal ministro Itamar Ben Gvir mostra persone legate e a faccia a terra ad Ashdod; il filmato è stato duramente criticato da più governi, incluso quello italiano, che ha chiesto spiegazioni e scuse.
Racconti diretti e condizioni riportate
Testimonianze raccolte da Adalah descrivono l’uso di taser, presunti colpi di pistole non letali e ferite riconducibili a proiettili di gomma durante l’abbordaggio. Alcuni attivisti, sempre secondo la ong, potrebbero avere costole rotte; tre persone sono state portate in ospedale in Israele e poi dimesse.
Gli avvocati riferiscono inoltre episodi di molestie sessuali e umiliazioni: persone costrette in posizioni dolorose, camminate piegate in avanti e tenute a lungo in ginocchio a bordo di imbarcazioni che i partecipanti definiscono “navi prigione”.
I racconti degli attivisti italiani rimpatriati, tra cui il giornalista Alessandro Mantovani e il deputato Dario Carotenuto, confermano denunce di percosse, umiliazioni e privazioni: legati, bendati, costretti a camminare scalzi su ponti inondati e trattenuti in stanze con aria condizionata molto bassa durante le procedure di identificazione.
Azioni legali e percorso dei detenuti
Il team che assiste gli attivisti ha presentato un esposto per il reato di sequestro di persona relativo agli abbordaggi del 29 aprile e del 18-19 maggio, avvenuti — secondo l’accusa — a grande distanza dalle coste di Gaza, quindi in acque internazionali.
I detenuti sono stati trasferiti in centri di detenzione israeliani, in parte a Ketziot, poi spostati a Eilat e infine imbarcati su voli della Turkish Airlines diretti a Istanbul, da dove rientreranno nei rispettivi paesi.
Reazioni politiche e diplomatiche
Il video e le denunce hanno provocato proteste ufficiali: numerosi governi hanno convocato gli ambasciatori israeliani e il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato di aver chiesto all’Alta Rappresentante Ue di valutare l’ipotesi di sanzioni nei confronti del ministro Ben Gvir.
Va però notato che, sul piano europeo e internazionale, l’Italia ha adottato in passato posizioni sfumate verso misure punitive contro Israele, e la reazione politica rimane vincolata a valutazioni diplomatiche e legali più ampie.
- Numero di italiani coinvolti: 27 cittadini tra i detenuti.
- Date degli abbordaggi contestati: 29 aprile e 18-19 maggio.
- Luogo dell’intercettazione: in alto mare, a nord dell’Egitto e precedenti azioni al largo di Cipro, secondo l’esposto.
- Azioni legali: esposto per sequestro di persona e indagini avviate dalla procura di Roma.
- Esito sanitario immediato: tre persone ospedalizzate e poi dimesse.
Perché la vicenda conta oggi
La storia pesa su più fronti: mette in gioco questioni di diritto internazionale sul libero transito in acque internazionali, responsabilità per presunte violazioni dei diritti umani e relazioni diplomatiche tra Israele e paesi coinvolti, in primo luogo l’Italia. Inoltre, la presenza di cittadini europei e la diffusione di immagini che mostrano trattamenti umilianti spingono le istituzioni a risposte pubbliche immediate.
Nei giorni successivi si attendono sviluppi sulle azioni giudiziarie e sulle verifiche da parte delle autorità internazionali; cruciale sarà anche ciò che emergerà dalle testimonianze formali degli attivisti una volta rientrati nei loro paesi.
Intanto, in diverse città italiane si sono svolti presidi di protesta in solidarietà con i membri della Flotilla e per chiedere chiarimenti e responsabilità su quanto avvenuto.
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