È scomoda. Grezza come i carpacci di pesce spada che si trovano nei ristoranti dell’isola, amara come i limoni siciliani, scabra come la pelle dei pescatori abbronzati dal sole intenso, irsuta e pungente come i fichi d’India che crescono accanto ai muretti a secco che circondano i dammusi isolati dell’entroterra. La terra di Lampedusa è arida e taccagna, al contrario del mare che è magnanimo. Da tempi immemorabili, è stata la porta d’Europa per mercanti e naviganti, esuli da tutto il mondo, alla ricerca di scambi, accoglienza e forza per continuare il viaggio verso il continente. Molti secoli sono trascorsi dai tempi mitologici di Omero (forse una sosta sfortunata per Ulisse ingannato da Calipso?), “e se oggi nemmeno gli Dei sembrano mantenere il loro antico prestigio, uomini e donne continuano a viaggiare e questa isola, cruciale nel Mediterraneo, rimane un porto di riposo per coloro che arrivano dal mare in cerca del loro destino”. Oggi, in un’era di nuove migrazioni che mettono pressione sui confini europei e sollecitano con parsimonia le energie dei soccorritori di Lampedusa, l’isola dei venti incessanti – ora libeccio e scirocco, ora maestrale – non è più un avamposto perduto nel sud del mare: una macchia per i media che hanno proliferato provocando la fuga dei turisti stranieri timorosi di nuotare insieme a spettri macilenti; anche consapevoli che le spiagge si contano sulle dita di una mano e di pubblico, a parte la famosa Spiaggia dei Conigli, ci sono solo rocce aspre.
Durante la stagione alta, da maggio a ottobre, diventa invece il ritrovo ardente e selvaggio di giovani e subacquei che, in sella a scooter e e-bike, si dirigono verso i crepuscoli marmorizzati delle scogliere occidentali, stratificate come campioni di velluto sonoro bianco latte, grigio pallido, rosso spento e verde kiwi, e si concedono bevande in locali come il 35° Parallelo, Ah Maaa, e l’Osca’ Club (più strutturato), bevendo birre Ceres, mojitos allo zenzero, gin-tonic e spritz colorati e originali, fissando come iguane un sole infuocato che si dissolve in un mare d’acciaio. Moderano l’alcol tra stelle e grilli – poco emuli dei devoti frequentatori dei chiringuitos sulle coste di Ibiza e Formentera – dopo essersi scottati al sole sui teak delle ottanta imbarcazioni che offrono giri giornalieri e crociere attorno alla più grande delle Pelagie: dalle 10 alle 17, tutto incluso. Le barche, infatti, si ancorano una accanto all’altra in fila indiana nelle insenature di colori celesti e verdi vibranti che tagliano l’isola (Cala Croce, Cala Madonna, Cala Stretta, Cala Pulcino a est e a ovest Scoglio Vela, Punta Alaimo, Capo Grecale, Grotta Solaro e degli Innamorati, a ovest Mare Morto, Cala Francese, Cala Maluk, Cala Spugne e Cala Creta dominata dal dammuso di Claudio Baglioni). Infatti, Lampedusa ha poche spiagge e quelle poche sono affollate; così, per citare un proverbio delle isole Faroe, un turista senza barca è un turista incatenato.
“Le barche sono comunque troppe, contando anche quelle a noleggio senza patente; si rischia un eccesso di turismo nautico incontrollato,” afferma il capitano lampedusano Orazio Maraventano, ex giovane pescatore con esperienze nei sette mari (da Dakar a Montevideo, da San Pietroburgo a Helsinki, da Oslo a Glasgow e persino due anni sull’Amerigo Vespucci da giovane), ora al timone di “Danzar”, un elegante mini-caicco di ebano e teak al servizio di Renato Righi, proprietario del resort El Mosaico del Sol Y Dammusi. “Soprattutto perché, mentre alcuni sono pescatori locali stanchi che hanno trasformato le loro imbarcazioni eliminando ogni parte metallica per renderle confortevoli e così migliorare i loro magri guadagni tipici dei raccoglitori del mare, altri vengono dal continente e guidano stagionalmente senza conoscere i fondali dell’isola, quindi spesso incagliano le ancore e creano problemi agli altri natanti. È un traffico marittimo che andrebbe regolato,” continua Orazio, preparando per gli ospiti deliziosi gamberetti rossi marinati, sgombri freschi fritti e paccheri con totani e ciliegini rossi, poiché come tutti i marinai e pescatori, ha il controllo della fiamma. “E, per quanto riguarda l’arrivo dei profughi… è sempre esistito e esiste ancora oggi, anche se non ha più raggiunto i numeri del 13 ottobre 2013 quando noi lampedusani da soli salvammo 155 persone, recuperando purtroppo anche 366 corpi senza contare almeno una ventina di dispersi. Se il mare è calmo e i venti si placano, arrivano i presenti partecipi diventati sostantivi, alias migranti; però ora giungono stipati su veloci lance di resina con potenti motori fuoribordo. Tuttavia, marionette del destino, vengono per lo più subito riembarcati per il continente. Non a caso i fondali delle acque di Tabaccara o Cala Pulcino rimangono un cimitero di motori arrugginiti,” conclude mentre arriva, solcando il profondo mare occidentale da cui emerge l’eburneo faraglione del Sacramento, la prepotente nave corsara Galeone Adriana, che sembra tagliata fuori dal set di “Gli ammutinanti del Bounty”. Al posto dei cannoni, ha altoparlanti che diffondono musica ad alto volume per il piacere degli ospiti; melodie orecchiabili che si mescolano tra gli alberi, le sartie e i fiocchi, urtando i gabbiani che, come proiettili vaganti, gracchiano e stridono finché le loro grida, soffocate, si disperdono in lontananzze.
Poi c’è un’altra isola che da qualche anno fa l’occhiolino, quella gourmet di Lampedusa, per pochi eletti palati. Consapevoli che qui “si mangia il mare”, vantando il miglior pesce fresco del Mediterraneo, i cuochi stellati oggi si danno appuntamento e competono tra il paese e i dintorni: da “Mimmo” a Cala Creta a “Mille e una Notte” sul pittoresco Porto Vecchio, dal “Controvento” in Cala Creta a “Il Saraceno” con terrazza e vista sul porto bifronte. Per non parlare di quel gioiello di design etnico puro, l’ex chiosco Torò Beach ora trasformato in “Moka Lounge e Lido” sulla Guitgia. Competono accuratamente anche le pescherie-gastronomie sparse tra i due porti, Lampedusa-Fish e Mario il Pescatore in testa, piene di calamari ripieni, spiedini di cernia e gamberi, polpette di spada al sugo rosso, ricciole scottate. Prede catturate ogni giorno da pescatori siciliani ma con l’anima araba, che hanno fatto le loro ossa dagli anni Sessanta oltre lo stretto di Gibilterra, e che nelle conversazioni in stretto lampedusano emettono suoni indistinti dai quali occasionalmente emergono rari vocaboli italiani di cui sono certi.
Le prelibatezze vengono poi smaltite percorrendo stretti sentieri graffiati e snodati nell’interno arido e malinconicamente deserto, sorvegliato solo dalle esili e magre sentinelle degli sperti e secchi fiori d’agave, che sembrano spazzole capovolte. Percorsi brevi ma intensi (l’isola è una tavola inclinata, un francobollo che misura 10,8 chilometri di lunghezza e 3 di larghezza) dove il maestrale fischia a raffiche e avvolge l’aria respirabile con lo scirocco che profuma di finocchietto selvatico. Sulle due ruote, i più tenaci consumano gli pneumatici fino all’alba per assistere ai concerti del DJ Alida, con dolci note che solleticano il lido di Capo Grecale. E poi ancora, via col vento, con il suo suono titanico e mahleriano e con il suo odore. Dove va dunque l’agognata mecca dei sub appassionati con mute, bombole, maschere e boccagli, affascinati ancora negli anni Ottanta del secolo scorso dal mondo sommerso ancora poco instagrammabile e comunque già esplorato da greci, romani, fenici, ottomani, normanni, borbonici? “La risposta, amico mio, è soffiata nel vento”. Qui, il vento non scherza.
INFO
– lampedusa.today
– visitpelagie.com
ARRIVARE
easyjet.com, wizzair.com, ita-airwyas.com, volotea.com offrono voli diretti da Torino, Milano, Bologna, Napoli, Palermo, Roma e Venezia per l’aeroporto di Lampedusa, dove è consigliato noleggiare uno scooter o almeno una e-bike.
DORMIRE E MANGIARE
Come tutte le isole, Lampedusa è costosa per default. Ed è per questo che uno degli albergatori più attenti e lungimiranti, Renato Righi di El Mosaico del Sol (elmosaicodelsol.it), ha arredato e dotato di angoli cottura sia le 14 camere del suo albergo boutique che i suoi 6 dammusi, offrendo ai villeggianti la possibilità di cucinare in autonomia e non dipendere solamente dall’eccellente ma impegnativa offerta gastronomica, chioschi di street-food inclusi. Inoltre, Righi fornisce anche gli indispensabili scooter a prezzi calmierati. Servizio completo.
Ovunque, “si mangia il mare”, dai chioschi di street food ai ristoranti più ricercati.
Con una vista mozzafiato sul turchese di Cala Creta, Il Gattopardo è un resort storico che ha ritrovato il suo splendore grazie a una coppia affezionata all’isola: esclusivo, riservato e di grande fascino.
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Lorenzo è un giornalista appassionato di scoperte e di nuovi orizzonti. I suoi racconti di viaggi e moda sono scritti in modo semplice e diretto, rendendo le tendenze internazionali facilmente comprensibili. La sua scrittura dinamica e informativa guida i lettori nel mondo delle nuove avventure stilistiche.



