Praga: Misteri e Memorie nel Cimitero Ebraico, un Viaggio Unico

Di : Lorenzo Dalmoro

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Il romanzo “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco, nonostante non sia considerato uno dei suoi lavori più riusciti, ruota attorno a un documento storico fittizio che ha sempre esercitato un certo fascino sull’autore: i cosiddetti Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Questo documento, palesemente un falso, descrive i sinistri piani di un presunto gruppo ebraico, con intenti descritti in maniera apertamente maligna.

Nei Protocolli, i cosiddetti “cattivi” proclamano senza remore la loro “ambizione illimitata, avidità insaziabile, desiderio crudele di vendetta e profondo odio”. Eco esplora questi temi in un’opera che ci conduce in un viaggio tormentato attraverso i misteri dell’800, toccando argomenti come l’antisemitismo, la massoneria, la carboneria, le società segrete e l’origine delle teorie del complotto in Europa, le quali continuano a influenzare le democrazie occidentali contemporanee. Ma perché il famoso cimitero di Praga viene coinvolto, se la maggior parte della narrazione si svolge a Parigi? Il cimitero simboleggia la “sepoltura” di antiche verità e la creazione di false narrazioni che hanno modellato la storia.

Il quartiere ebraico di Josefov a Praga, dove nel Medioevo si trovavano due distinti insediamenti ebraici attorno alla sinagoga vecchia/nuova, ha subito numerosi pogrom fino alla parziale revoca delle discriminazioni decretata dall’imperatore illuminista Giuseppe II nel 1783. Questo quartiere conserva un’atmosfera unica e si concentra intorno al cimitero che per oltre trecento anni è stato l’unico luogo consentito agli ebrei di Praga per seppellire i loro morti. Durante la Kerià, un rito funebre, i parenti del defunto strappano i propri vestiti in segno di lutto, un gesto che simboleggia un dolore che lacera l’anima. Questi indumenti rimangono strappati per i primi sette giorni dopo il funerale, riflettendo la profondità del lutto, per essere poi grossolanamente rammendati; una vera e propria cucitura è permessa solo dopo trenta giorni dalla morte.

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Il cimitero, fondato nel 1478 e poco ampliato nel corso degli anni, mostra oggi la sua dimensione originale medievale. A causa della mancanza di spazio, le tombe sono state sovrapposte. Attualmente si contano dodicimila lapidi, ma si stima che vi siano sepolti oltre 100.000 individui, l’ultimo dei quali fu Moses Beck nel 1787.

Il cimitero di Praga è il più citato e visitato d’Europa, tanto che persino Milan Kundera non ha potuto esimersi dal menzionarlo, descrivendolo come un luogo dove “le lapidi, piombate dal cielo, si perdono nel fogliame… e di notte è pieno di candeline accese, quasi che i morti stiano organizzando un ballo infantile”. Eco stesso ha messo in luce le particolari tombe sovrapposte, sorvegliate dall’antica sinagoga Pinkas, che ospita una rara mikva (bagno rituale) e funge da monumento ai 77.297 ebrei deportati al campo nazista di Terezin e mai ritornati.

Il romanzo di Eco non tralascia di menzionare l’antisemitismo che ha segnato l’inaugurazione del monumento “Il Ritorno delle Pietre”, realizzato con lapidi profanate in precedenza usate come pavimentazione dal regime comunista. La densità di sepolture nel cimitero, dovuta alla limitazione di spazio, e il suo ruolo di potente simbolo della storia ebraica e della resilienza di Praga, si contrappongono alla sua passata profanazione e alle attuali commemorazioni.

A breve distanza si erge la più antica costruzione del ghetto: la Staronova Skola, una sinagoga in stile protogotico edificata nel 1273, che al suo interno presenta nervature gotiche e una bandiera donata dall’imperatore Ferdinando III in segno di gratitudine per la fedeltà degli ebrei durante l’occupazione svedese del 1628. Prima dell’incendio del 1689, l’area era occupata da piccole scuole e case di preghiera ebraiche, note come klausen, che hanno dato il nome alla sinagoga costruita sulle loro rovine.

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Il quartiere di Josefov è circondato da splendidi edifici in stile Art Nouveau, che sono tra le principali attrazioni della capitale.

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