Teatro fasullo vicino Vicenza: proprietario chiedeva biglietto per le visite

Di : Lorenzo Dalmoro

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La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna per l’uomo che aveva costruito e venduto come “sito archeologico” un falso teatro su una collina del Vicentino: la struttura esiste ancora e mette in evidenza problemi pratici e legali che restano aperti. Il caso, tornato alla ribalta nelle ultime settimane, solleva questioni su tutela del paesaggio, frodi al turismo e oneri economici per i comuni.

Nel 2016, su un terreno di circa 5.000 metri quadrati ad Arcugnano, venne eretta una scena che riproduceva gradinate, colonne e statue con materiali moderni ma confezionati per apparire antichi. L’area fu presentata al pubblico come una scoperta archeologica e sfruttata per eventi paganti, con biglietti fino a 40 euro.

I controlli arrivarono nello stesso anno dopo una segnalazione del comune: i carabinieri accertarono che si trattava di opere moderne costruite senza autorizzazioni, in un’area vincolata dal punto di vista paesaggistico. L’immobile venne sequestrato e il gestore, il 69enne Franco Malosso (che usava anche il lungo pseudonimo Franco Alessandro Molosso Maltarel von Rosenfranz), fu accusato di abuso edilizio e di contraffazione di opere d’arte.

Il processo si è sviluppato su più gradi: condanne in primo e secondo grado, ricorso in Cassazione nel 2021 e infine il rigetto del ricorso qualche mese fa. La pena confermata è di due anni e quattro mesi di reclusione.

  • Anno della costruzione: 2016
  • Luogo: Arcugnano (Vicenza)
  • Accuse: abuso edilizio, contraffazione di opere d’arte
  • Esito giudiziario: condanna definitiva a 2 anni e 4 mesi
  • Stato attuale: struttura ancora in loco; area sequestrata

Il tribunale aveva inoltre disposto l’obbligo per Malosso di demolire le costruzioni abusive e di risarcire il comune, ripristinando lo stato originario della collina. L’allora amministrazione municipale aveva avvertito che, in caso di inerzia dell’imputato, i costi del ripristino sarebbero potuti gravare sull’ente pubblico.

La difesa aveva invocato la prescrizione per alcune ipotesi di reato e contestato la validità del vincolo paesaggistico; aveva anche sostenuto che la falsificazione fosse talmente grossolana da non ingannare nessuno. La Cassazione, però, ha confermato la sentenza emessa in secondo grado, respingendo le argomentazioni presentate in appello.

Per cittadini e amministrazioni locali il caso sottolinea rischi concreti: sfruttamento commerciale di siti non certificati, possibili danni al patrimonio ambientale e l’onere finanziario del ripristino. Anche dal punto di vista giudiziario, la vicenda ribadisce la responsabilità penale per chi realizza opere abusive in aree protette.

Restano da chiarire alcune questioni pratiche: chi pagherà le eventuali demolizioni e il ripristino ambientale se il condannato non esegue le prescrizioni, e quali misure adotterà il comune per evitare che il sito continui a essere accessibile o sfruttato. Sul piano più ampio, la vicenda si inserisce nel dibattito su come prevenire e identificare frodi che giocano sulla fascinazione pubblica per il patrimonio storico.

Le autorità locali e gli uffici competenti sono ora attesi a intervenire per mettere in sicurezza l’area e garantire il rispetto della sentenza: fino ad allora, la collina con il «teatro» resta un monito sui limiti tra creatività, illecito edilizio e tutela del paesaggio.

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