La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta domenica a Bologna durante l’immobilizzazione da parte di due agenti, ha riacceso il dibattito sul modo in cui vengono condotte le indagini quando i potenziali responsabili appartengono alle forze dell’ordine. La procura di Bologna ha aperto un fascicolo per omicidio colposo che coinvolge i due agenti e quattro operatori sanitari, ma la scelta su chi eseguirà le indagini è al centro di forti contestazioni pubbliche e legali.
Il caso tocca un nodo cruciale: come garantire che un’inchiesta sia effettivamente imparziale quando gli investigatori possono essere colleghi o appartenere allo stesso corpo degli indagati.
La cornice normativa e la prassi
In Italia le indagini penali sono dirette dal pubblico ministero e svolte dalla polizia giudiziaria, una funzione esercitata da unità appartenenti a diversi corpi (polizia di Stato, carabinieri, guardia di finanza). Non esiste una legge che imponga al pm di rivolgersi a una forza specifica quando gli indagati sono operatori delle forze dell’ordine: la scelta è lasciata alla discrezionalità dell’autorità giudiziaria, come ricava anche l’articolo 109 della Costituzione.
L’Associazione Nazionale Magistrati segnala l’assenza di linee guida nazionali: di fatto molte procure si affidano a prassi consolidate, che però variano da ufficio a ufficio.
Perché la scelta di chi indaga conta
La questione ha due facce: da un lato l’assegnazione delle indagini allo stesso corpo degli indagati può offrire vantaggi pratici — conoscenza dell’ambiente, accesso rapido a documenti interni, tempi di lavoro più snelli. Dall’altro porta con sé il rischio, percepito e a volte concreto, di corporativismo e di ostacolo alla trasparenza, fino a possibili coperture.
- Vantaggi operativi: accesso a informazioni interne e contesto professionale utili alla ricostruzione dei fatti.
- Rischi per l’imparzialità: possibile conflitto d’interessi, sospetto di insabbiamenti o valutazioni parziali.
- Fiducia pubblica: la percezione di indagini non indipendenti può minare il rapporto tra cittadini e forze dell’ordine.
Avvocati delle parti civili, come l’avvocato Fabio Anselmo, hanno chiesto che in casi sensibili le indagini siano affidate a organi esterni o a forze diverse da quelle degli indagati per aumentare trasparenza e credibilità.
La giurisprudenza europea e i casi che hanno segnato il dibattito
La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha più volte indicato che il rispetto del diritto alla vita richiede indagini «efficaci e realmente indipendenti». Sentenze su fatti italiani e stranieri hanno fatto emergere principi interpretativi che i magistrati nazionali tengono in considerazione, pur senza vincoli assoluti.
Alcuni casi emblematici richiamano l’urgenza del tema: le indagini sulle violenze durante il G8 di Genova nel 2001, la morte di Riccardo Magherini a Firenze nel 2014 — per la quale la CEDU ha censurato anche l’impostazione dell’investigazione — e, più recentemente, la vicenda di Moussa Diarra ucciso a Verona nell’ottobre 2024. Questi fatti hanno generato contestazioni proprio sulla completezza e l’imparzialità delle indagini condotte «in casa» dalle forze di polizia.
Secondo gli studiosi, tra cui Sara Prandi dell’università di Torino, la giurisprudenza della Corte ha consolidato l’obbligo di indagini imparziali; resta però difficile tracciare una linea netta tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è, salvo negli episodi più evidenti.
Modelli esteri e lo stato attuale in Italia
Alcuni Paesi europei hanno creato strutture esterne che sovrintendono alle operazioni di polizia: organismi indipendenti con poteri di controllo e, in certi casi, di intervento sul corso delle indagini. Il loro grado di efficacia varia, e non tutte le agenzie dispongono di poteri decisionali forti.
In Italia manca un organismo analogo con piena autonomia. Oltre alla procura, esistono strumenti di controllo interni ai vari corpi — come l’Ufficio centrale ispettivo della polizia di Stato — ma sono organi appartenenti allo stesso sistema che disciplina gli agenti.
A livello locale alcune procure hanno adottato protocolli per evitare conflitti: in Liguria, per esempio, è stato predisposto un protocollo che vieta di assegnare le indagini su carabinieri o poliziotti ai loro stessi reparti. Si tratta, però, di prassi non uniformi sul territorio.
Cosa cambia per i cittadini e per il sistema giudiziario
Il nodo non è puramente procedurale: riguarda la percezione di imparzialità del sistema e il diritto delle vittime e dei familiari a un accertamento credibile dei fatti. Se l’opinione pubblica dubita dell’indipendenza delle indagini, la fiducia nelle istituzioni ne esce indebolita.
Di seguito i principali punti da tenere d’occhio nel prosieguo del caso Fakir:
- Esito delle indagini preliminari e chi verrà incaricato materialmente delle attività investigative.
- Eventuali ricorsi o richieste di trasferimento delle indagini a organi diversi, motivate da ragioni di imparzialità.
- Possibili risvolti giurisprudenziali: nuove pronunce nazionali o europee potrebbero ridefinire limiti e obblighi procedurali.
- Implicazioni per le prassi delle procure e per eventuali proposte di riforma del sistema di vigilanza sulle forze dell’ordine.
Per ora la situazione resta nelle mani della magistratura bolognese, che dovrà conciliare l’urgenza investigativa con il bisogno di garantire trasparenza e credibilità. Il tema è destinato a rimanere al centro del dibattito pubblico: non è in gioco solo l’accertamento dei singoli fatti, ma anche la credibilità del sistema giudiziario e la tutela del diritto alla vita sancita dall’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
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