Nel cuore di Venezia, lontano dai riflettori del Carnevale ufficiale che anima Piazza San Marco, si svolgeva una festa unica e poco conosciuta: lo “svolo della Pantegana”. Questa bizzarra tradizione vedeva decine di vogatori mascherati navigare lungo il canale di Cannaregio fino al ponte dei Tre Archi, dove un gigantesco ratto di cartapesta, la “Pantegana alata”, veniva calato nelle acque. Una parodia del più celebre “Volo dell’Angelo”, quest’evento era un modo per i residenti di prendersi gioco delle cerimonie più pompose e di rivendicare un senso di appartenenza in una città sempre più soffocata dal turismo di massa.
La nascita e l’evoluzione dello “svolo della Pantegana”
La “Pantegana alata” è nata come una risposta ironica e locale al Carnevale veneziano ufficiale. Per oltre quindici anni, i veneziani di Cannaregio hanno mantenuto viva questa usanza, creando un momento di festa genuina e autentica. Oltre alla parata delle barche, l’evento si arricchiva con stand gastronomici, premiazioni per le maschere più originali e concerti di musica tradizionale veneziana. Un organizzatore, nel 2013, spiegò il significato profondo di questa tradizione: simboleggiava la resilienza degli abitanti di Venezia, destinati a rimanere nella città come le pantegane, note per la loro tenacia.
Dall’isolamento all’integrazione nel Carnevale ufficiale
Negli ultimi anni, tuttavia, anche questa festa ha subito un cambiamento significativo. Dal suo angolo remoto di Cannaregio, la “Pantegana alata” è stata trasportata al cuore della città, il Canal Grande, sfilando sotto il ponte di Rialto durante le celebrazioni ufficiali del Carnevale. Questo spostamento ha trasformato un evento intimo e locale in uno spettacolo per turisti, con decine di migliaia di spettatori, tra cui molti stranieri. La presenza dei residenti, un tempo protagonista indiscussa, è drasticamente diminuita, segnando una perdita nel tessuto culturale e sociale della città.
Il declino della presenza veneziana
Sofia Cutrone, trentenne veneziana, riassume la situazione con malinconia. Ricorda come i suoi genitori si incontrarono durante il Carnevale negli anni ’80, un tempo in cui la festa era ancora un incontro autentico tra residenti. Oggi, uscire durante il Carnevale significa immergersi in una folla di estranei. Questa trasformazione ha portato molti residenti a chiudersi in casa durante le festività o addirittura a lasciare la città.
Le radici storiche e l’impatto del turismo di massa
Il Carnevale di Venezia, con la sua storia che risale al medioevo, è sempre stato un periodo di rovesciamento temporaneo delle gerarchie sociali, favorito dall’anonimato delle maschere. Tuttavia, l’incremento esponenziale del turismo di massa ha alterato profondamente questa tradizione. Il centro storico ha visto un calo demografico drastico, passando da oltre 95mila abitanti nel 1980 a meno di 49mila nel 2024, con una perdita stimata di circa mille residenti all’anno. Questa evoluzione ha ridotto la capacità della comunità di mantenere e perpetuare le sue tradizioni.
Il Carnevale oggi: tra eventi esclusivi e nostalgia
La commercializzazione del Carnevale ha portato a un dualismo tra eventi esclusivi, riservati agli ospiti degli hotel di lusso, e maratone massacranti per le calli, soffocate da turisti giornalieri. Marco Gasparinetti, consigliere comunale, critica questa evoluzione, sottolineando come la festa sia diventata una “macchina da soldi” che ha perso il suo spirito originale. Matteo Secchi, fondatore del sito Venessia.com, sogna un ritorno a un Carnevale più spontaneo e diffuso, con piccole feste e musica dal vivo in ogni angolo della città, una visione che contrasta fortemente con la realtà attuale di standardizzazione e commercio eccessivo.
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