Emilia-Romagna introduce regole per il suicidio assistito: terza dopo Toscana e Sardegna

Di : Lorenzo Dalmoro

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L’Assemblea dell’Emilia-Romagna ha dato il via libera a una legge che disciplina il suicidio assistito, approvata dalla maggioranza di centrosinistra: è la terza regione italiana, dopo Toscana e Sardegna, a fissare regole proprie in assenza di una normativa nazionale. La novità interessa oggi perché chiarisce tempi e responsabilità per chi, in condizioni estreme, chiede di porre fine alla propria vita con l’aiuto della medicina.

Il provvedimento definisce procedure e requisiti per l’accesso a una pratica che, nella sostanza, prevede l’assunzione autonoma di un farmaco ad effetto letale. A livello giuridico, il punto di riferimento resta la sentenza della Corte costituzionale del 2019, che ha reso possibile questa opzione ma ha demandato al Parlamento il compito di fissarne i contorni; il legislatore nazionale non ha ancora adottato una disciplina organica.

La legge regionale si ispira alla proposta nota come “Liberi Subito”, promossa dall’associazione Luca Coscioni. In Emilia-Romagna la versione è stata depositata dall’esponente di Alleanza Verdi e Sinistra Paolo Trande ed è stata appoggiata da Partito Democratico, Civici e Movimento 5 Stelle.

Per poter accedere alla procedura la nuova normativa impone la contemporanea presenza di quattro condizioni. In sintesi:

  • Consenso libero e informato: la persona deve dimostrare capacità decisionale piena al momento della richiesta.
  • Patologia irreversibile: la malattia non deve offrire prospettive di guarigione.
  • Sofferenze intollerabili: dolore fisico o disagio psicologico ritenuti insopportabili dal richiedente.
  • Dipendenza da trattamenti di sostegno vitale: la persona è mantenuta in vita tramite interventi medici, una definizione che resta oggetto di confronto tecnico.

Sul piano operativo, la legge stabilisce tempi e attori della valutazione: le richieste vanno esaminate «senza ingiustificati ritardi» e ogni domanda deve passare attraverso una commissione multidisciplinare che valuta compatibilità clinica, capacità di scelta e assenza di alternative terapeutiche praticabili.

Alle aziende sanitarie regionali spetta il compito di garantire l’accesso al farmaco indicato per la procedura e di fornire, se necessario, gli strumenti che permettano l’autosomministrazione in condizioni di sicurezza. La commissione preposta comprende figure mediche e professionisti diversi — palliativista, anestesista-rianimatore, medico legale, psichiatra, specialista della patologia, farmacologo, psicologo e infermiere — e la valutazione viene integrata da un parere non vincolante del COREC, il Comitato regionale per l’etica clinica.

Già nel 2024 la giunta guidata da Stefano Bonaccini aveva adottato una delibera che fissava un termine massimo di 42 giorni per la valutazione delle richieste. Le delibere, però, hanno portata giuridica inferiore rispetto alle leggi regionali e quella precedente era stata contestata dall’esecutivo nazionale per questioni di legittimità.

Quali effetti concreti produce la norma? Da un lato offre percorsi più chiari per pazienti e famiglie e impone alle strutture sanitarie responsabilità precise. Dall’altro, aumenta la frammentazione normativa sul territorio nazionale: con tre regioni attive, resta il rischio di disparità di accesso a seconda della residenza e la possibilità di nuovi ricorsi giudiziari o di interventi del Parlamento.

La legge emiliana entra quindi in un dibattito più ampio che riguarda non solo i diritti individuali, ma anche l’organizzazione dei servizi sanitari e i limiti dell’intervento pubblico in scelte esistenziali estreme. Nei prossimi mesi sarà utile seguire se il governo o i tribunali impugneranno il testo e come le strutture sanitarie locali predisporranno le procedure previste.

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