Genitori condannati per violenze: 22enne vittima di matrimonio forzato e aborto

Di : Lorenzo Dalmoro

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Una vicenda giudiziaria a Reggio Emilia mette fine a anni di violenze domestiche: i genitori di una giovane donna pakistana sono stati condannati in primo grado a 2 anni e 15 giorni per maltrattamenti e tentata imposizione di matrimonio. La sentenza, pronunciata il 3 giugno 2026, arriva dopo un’indagine che ha attivato il Codice Rosso e che fotografa dinamiche di controllo familiare e coercizione ancora presenti in Italia.

I fatti e la decisione del tribunale

Il Tribunale di Reggio Emilia ha riconosciuto la responsabilità di un uomo di 54 anni e di una donna di 51, entrambi di origine pakistana, per condotte persecutorie che, secondo l’accusa, si sono protratte dal 2017 fino al maggio 2023. La pena inflitta è di due anni e quindici giorni di reclusione in primo grado.

L’indagine è stata condotta dai Carabinieri di Boretto con il supporto del Norm di Guastalla e coordinata dalla Procura della Repubblica di Reggio Emilia, sotto la direzione del Procuratore Capo Calogero Gaetano Paci.

Un quadro di abusi e isolamento

Secondo l’accusa, la ragazza — oggi ventiduenne — è stata sistematicamente privata di autonomia: le veniva sequestrato il telefono per limitarne i contatti esterni e, più volte, è stata costretta a rientrare in Pakistan contro la sua volontà. In un episodio del 2018 sarebbe stata sottoposta a un matrimonio combinato a distanza con un parente, cui è seguita la coabitazione forzata in Pakistan.

Gli episodi contestati comprendono colpi, umiliazioni e segregazione: in un caso la madre l’avrebbe chiusa a chiave in cantina; il padre l’avrebbe percossa fino a farle sbattere il volto sul pavimento. Nel dicembre 2022, la scoperta di una gravidanza avrebbe provocato nuove violenze e minacce finalizzate a imporre un aborto.

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Il tentativo di imporre altri matrimoni

Nel corso del 2023 i genitori, sempre secondo gli atti, hanno cercato ripetutamente di organizzare nuovi matrimoni combinati, proponendo alla figlia varie candidature e prospettandole la possibilità di tornare a casa solo dietro accettazione. Un primo tentativo tra gennaio e febbraio non andò a buon fine per il rifiuto dell’uomo proposto; ad aprile fu organizzato un altro incontro contro la volontà della giovane.

  • Periodo degli abusi: 2017–maggio 2023
  • Pena: 2 anni e 15 giorni (primo grado)
  • Reati contestati: maltrattamenti, tentata induzione al matrimonio forzato
  • Misure cautelari precedenti: divieto di avvicinamento nei confronti dei genitori
  • Forze coinvolte: Carabinieri di Boretto e Norm di Guastalla; Procura di Reggio Emilia

La denuncia e le misure di protezione

Nonostante la paura di ritorsioni, la giovane si è rivolta ai Carabinieri di Boretto e ha collaborato con i magistrati, fornendo elementi decisivi per l’indagine. Le dichiarazioni della vittima hanno portato prima all’adozione del divieto di avvicinamento e poi al processo che si è concluso con la condanna.

Oggi i genitori risiedono in un’altra provincia; la sentenza dà alla ragazza uno strumento legale per allontanarsi dalla pressione familiare e tentare di ricostruire la propria vita.

Perché questa sentenza conta

Il caso assume rilievo nazionale perché getta luce su pratiche di controllo coercitivo che possono sfociare in matrimoni imposti e violenze ripetute. A pochi anni dalle tragedie che hanno scosso l’opinione pubblica, il provvedimento giudiziario sottolinea l’efficacia degli strumenti di tutela — tra cui il Codice Rosso — quando le vittime trovano il modo di denunciare e le indagini ricevono rapida attivazione.

Restano però questioni aperte sul piano sociale e di prevenzione: il contrasto alle pressioni culturali che si traducono in abusi richiede non solo risposte penali, ma anche percorsi di supporto per le vittime, campagne informative e reti di sostegno locali per intercettare situazioni di rischio prima che degenerino.

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