Lignano Sabbiadoro: Esplora la Laguna di Marano nel Silenzio Avvolgente!

Di : Lorenzo Dalmoro

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Navigando tra piccole isole e isolotti, capanne di paglia e canneti scintillanti, paludi e barene, canali e bancali di sabbia. Sopra di noi, nuvole di uccelli come gli svassi, strolaghe, garzette, aironi, cormorani e, più recentemente a causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale seguiti al periodo pandemico, anche fenicotteri e ibis sacri con i loro becchi arcuati. Questi ultimi, originari dell’Africa Orientale, non fanno più ritorno alle loro terre natali ma preferiscono restare fermi nella quiete della laguna. Qui, “dove il mare e la terra si sono uniti in un abbandono leggero. In fondali vasti, acque calme e distese”. Qui, dove verso sud e ovest il mare aperto incanta con il suo ritmo melodioso e a nord le acque mutevoli della laguna si delineano con poche linee orizzontali in spazi aperti e infiniti. Più che quella veneziana, la desolata laguna di Grado e Marano, descritta da Pasolini, parzialmente narrata da Hemingway che vi trascorse poche ma intense ore come cacciatore nel 1953, e cantata da Biagio Marin, è un incrocio tra cieli disegnati e acque torbide, tramonti acidi alla Nolde e albe tenere alla Turner. Insieme rievocano le onde eccitanti di un passato immerso in un evanescente arcipelago di isolotti: S. Giuliano, S. Pietro, S. Andrea, Anfora, Gorgo, Safon. Nomi che evocano chiese, monasteri e ville nobiliari inghiottiti dall’acqua e dal mistero.

Su barche a fondo piatto, le batele usate dai pescatori locali si muovono silenziosamente, guidate dalle bricole – pali che segnano sia la strada litoranea Venezia-Trieste sia i canali navigabili dragati durante la Prima Guerra Mondiale per il trasporto di armi e rifornimenti, sfidando gli austriaci -, costeggiano antichi casoni di giunchi ora utilizzati principalmente nei fine settimana, evitano le reti tubolari (cogolli) che emergono con la bassa marea come le rare e protette anguille traslucide e pigre, e sfiorano le colegie, i covoni dei cacciatori che, popolati da ragni-vespa gialloneri, segnalano ora le motte, ora le macchie di tamerici ora le velme scintillanti di alghe.

I casoni, poeticamente impegnativi, fluttuano in un confine liquido invisibile tra Grado e Marano: quelli di Grado, per tradizione secolare, appartengono a famiglie storiche che possono sfruttarli economicamente, trasformandoli in locali di ristoro, mentre quelli di Marano, vincolati a proprietà immobili per 99 anni e un giorno a famiglie di pescatori (45 tra parenti e cugini), non possono essere utilizzati per attività commerciali, risultando solo un costo e uno sforzo per la loro manutenzione costante, eseguita con passione indomita.

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Come ai tempi antichi, i membri della Cooperativa di San Vito di Grado e i pescatori di Marano (non più di un centinaio in totale) coltivano la laguna rispettando un codice del XIII secolo, emesso sotto il Patriarcato di Aquileia e modificato nel XVII secolo e alla fine dell’Ottocento dal sindaco di Marano, Rinaldo Olivotto, che assegna a ciascuno, stagione dopo stagione, precise zone d’acqua, in rotazione. “La pesca nelle valli lagunari sfrutta la tendenza naturale dei giovani pesci a migrare controcorrente, dal mare aperto verso le acque interne in primavera (la montada) e viceversa in autunno (la smontada).”

La pesca, sia essa di marson – ghiozzi neri -, branzini, cefali, anguille in via di sparizione, dondoli, cappelunghe, vongole veraci sparse “a spaglio” e non concentrate, o ovuli di mare nei mesi invernali, è comunque un’attività complessa che custodisce i suoi segreti. È necessario anticipare le maree, costruire le trezze (reti da posta fisse), conoscere i fondali e saper “stumigiar” i pesci, ovvero stimolarli con le batele spingendoli verso le reti, il tutto senza l’ausilio di strumentazioni sofisticate come si fa in alto mare. In sostanza, il successo è il risultato di un’esperienza secolare; oltre metà dei pescatori professionisti di Marano pesca in acque profonde al largo.

Quando nel 1969 Pasolini scelse l’isolotto di Safon per girare “Medea” e catturare la Callas nei panni della principessa della Colchide, il tapo – come in laguna chiamano le piatte barene – era noto solo ai pescatori di bivalvi, di vongole e fasolari. Ancorato più o meno a metà strada tra Grado e Marano, per decenni in estate Safon è stato il palcoscenico naturale di proiezioni cinematografiche all’aperto organizzate per il piacere dei turisti e la meraviglia degli unici esseri umani che abitano la laguna tutto l’anno. Fino al secondo dopoguerra, tutti i pescatori vivevano nei casoni e andavano a Grado o a Marano o a Lignano Sabbiadoro (meno frequentemente) solo tre volte l’anno: a Natale, Pasqua e a luglio per la processione del Perdono nell’isola di Barbana, dove sorge un santuario mariano. Ogni giorno passava il batelante a raccogliere il pesce fresco per portarlo al mercato, consegnando i beni di consumo quotidiano. Nell’isolotto di Anfora c’era infatti una scuola. Oggi è in rovina. Tuttavia, il paesaggio è rimasto immutato.

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Le lagune di Marano e di Grado formano un fronte di isole e banchi sabbiosi tra la terraferma e il mare che delinea un arco di trenta chilometri teso nell’Adriatico, a nord di Lignano. Un dedalo di canali (sedicimila ettari) profondi dai 70 ai 120 centimetri, disegnato dai “tapi” che cambiano colore con il passare delle stagioni, scandite dalla fioritura del limonio, il “fior di barena”. Un ecosistema unico dal bilancio delicato tanto che per proteggerlo sono state create alcune riserve naturali, tra cui quella maranese della Valle di Canal-Novo, la più affollata di uccelli e di visitatori. Conta più o meno 238 specie di volatili: anatre, folaghe svernanti, limicoli, tarabusini, alzavole, martin pescatori, cannareccioni, porciglioni e morette fanno capolino tra i canneti e posano a turno per gli scatti di professionisti e ornitologi. In alternativa, i birdwatchers esplorano l’Oasi avifaunistica alle foci dello Stella e il fiume Natissa che risale la piana di cannucce palustri fino all’ex porto romano di Aquileia, dominato dalla celebre e metafisica basilica i cui mosaici pavimentali sono infatti scanditi da silhouette di pesci e conchiglie. Pesci di marmo che dal 313 d.C. impreziosiscono la navata centrale con un incredibile bestiario (il più bello paleocristiano in Occidente), sacro e profano al contempo, i cui riferimenti simbolici sono ancora oggetto di interpretazioni. Ciò che è certo è che il pavimento musivo sollecitava interiormente, rafforzando nella scelta fatta, chi da adulto abbracciava una nuova fede attraverso il rito battesimale per immersione. Perché Aquileia, oltre a essere un importante centro commerciale situato lungo la via dell’ambra che collegava il nord Europa (le attuali Lituania e Lettonia) al Mediterraneo, ebbe un ruolo cruciale nell’evangelizzazione.

INFO

– somewheretours.it

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– turismofvg.it

– lignanosabbiadoro.it

ARRIVARE

Arrivare a Lignano Sabbiadoro in treno fino a Venezia-Mestre e poi con i regionali veloci in meno di un’ora alla stazione di Latisana-Lignano da dove, in mezz’ora, i bus raggiungono la località balneare. In auto lungo la A4 – E70 fino all’uscita di Latisana da dove, in venti minuti, i venti chilometri che separano l’entroterra friulano dal “mare degli austriaci”.

DORMIRE

A Lignano centrale sul lungomare Trieste all’altezza dell’ufficio 11 (gli stabilimenti così vengono nominati) ottimo, strategico e con una soleggiata terrazza panoramica il Grand Hotel Playa.

MANGIARE

Si mangiano il mare e la laguna (anche bivalvi, molluschi e crostacei appena pescati e scaricati) alla Trattoria alla Laguna Vedova Raddi (tel 0431 67019) di Marano che è il Vaticano lagunare di pesci e molluschi. Sul fiume Stella unico ma meraviglioso ristoro gestito da Daniele Ciprian La Bilancia di Bepi (bilanciadibepi@gmail.com) è una palafitta segnalata da una delle poetiche reti da pesca (bilance appunto) sospese sul corso del fiume silente. Obbligata la prenotazione online e la scelta dei piatti che vengono cucinati su comanda. Dai cefali sotto sale (un tempo considerati pesci “poveri” ma oggi rivalutati) alle sarde in saor, dal bisato in speo (tipica zuppa di pesce maranese) al boreto (un modo di preparazione del pesce fresco in genere cucinato con olio, sale, pepe, aceto, aglio).

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