Per numerosi italiani, la scomparsa di Enrico Mattei è spesso interpretata come il risultato di un complotto ordito da potenze dominanti. Il presidente dell’Eni perse la vita il 27 ottobre 1962, quando il suo aereo si schiantò vicino a Bascapè, poco prima di raggiungere l’aeroporto di Milano Linate. Questo evento tragico, coinvolgendo una figura di tale calibro, sollevò molteplici sospetti e fu rapidamente associato, sebbene senza prove concrete, a un sabotaggio orchestrato dalle principali compagnie petrolifere internazionali, note come le “Sette sorelle”, avversarie della politica energetica autonoma promossa da Mattei.
Ricostruzione tecnica e il jet gemello
Nonostante siano trascorsi oltre sessant’anni, non vi è alcuna prova giudiziale, tecnica o scientifica che supporti la teoria dell’attentato. Questo è stato enfatizzato con vigore sabato 17 maggio da Lupo Rattazzi, imprenditore e fondatore di Air Europe nonché vicepresidente di Neos, ma soprattutto un pilota esperto, in occasione di un convegno presso il museo Volandia, vicino a Malpensa. L’argomento principale dell’evento era la presentazione del jet gemello dell’aereo su cui viaggiava Mattei, il Morane-Saulnier MS-760 Paris I-SNAP, restaurato nei colori originali e recuperato dallo stesso Rattazzi con annessa documentazione tecnica di valore. L’aereo è stato donato al museo al fine di preservare una memoria storica affidabile e contrastare la diffusione di teorie cospirative che alimentano dubbi infondati da decenni.
Durante l’evento, Rattazzi ha dettagliato le ultime ore del volo, ricordando che quel 27 ottobre 1962 un forte temporale infuriava su Milano. Il bireattore Morane-Saulnier Paris, partito da Catania verso Linate, si schiantò a Bascapè. A bordo, oltre a Mattei, si trovavano il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale, e nessuno di loro sopravvisse. Originariamente progettato come aereo da addestramento militare e successivamente adattato per uso civile, non era particolarmente adatto a voli notturni in condizioni meteorologiche avverse.
Le indagini ufficiali, condotte tra il 1963 e il 1966 da due enti distinti – la commissione tecnica del Ministero della Difesa e la Procura della Repubblica di Pavia – conclusero che non vi erano segni di sabotaggio o esplosione, ma piuttosto un incidente causato dalla perdita di controllo del velivolo. L’indagine tecnica confermò che il jet era precipitato integro, senza tracce di esplosivi, e sottolineò la necessità di maggiori controlli per i piloti dell’aviazione civile, in particolare per il volo strumentale. L’indagine penale, conclusasi nel 1966, evidenziò anche la possibile stanchezza del pilota e la complessità del volo in condizioni critiche. Il sostituto procuratore Edgardo Santachiara, chiedendo l’archiviazione, parlò di una «prova certa e assoluta» dell’assenza di reati.
Dai complotti alle conclusioni giudiziarie
Nonostante tutto, l’ipotesi dell’attentato continuò a circolare. Il 27 luglio 1993, il collaboratore di giustizia Gaetano Iannì rivelò alla Procura di Caltanissetta che un ordigno era stato posizionato sull’aereo a seguito di un presunto accordo tra Cosa nostra e ambienti statunitensi. Queste dichiarazioni riaprirono il caso nel 1994, ma gran parte del relitto era già scomparsa e molti dei protagonisti delle indagini originali erano deceduti. Il pubblico ministero Vincenzo Calia indagò sulle discrepanze nelle testimonianze e sulla possibilità che una piccola carica esplosiva, posizionata a Catania, avesse compromesso il carrello, causando così l’incidente.
Tuttavia, le indagini successive non produssero elementi concreti. Come evidenziato da Rattazzi nel suo discorso, la teoria della bomba legata agli organi del carrello sembra debole e poco plausibile, soprattutto in assenza di tracce fisiche di esplosivo e di prove dell’esistenza di un secondo jet Eni a Catania, necessario per tale manovra. Anche le condizioni meteorologiche, descritte da alcuni come “discrete” per sostenere la tesi dell’attentato, erano in realtà molto avverse, come confermato da diverse fonti dell’epoca.
Nel 2003, la Procura chiese una nuova archiviazione. Il GIP Fabio Lambertucci, disponendo tale provvedimento, fu chiaro: non solo mancavano prove degli autori di un possibile reato, ma era anche assente «qualsiasi prova sufficiente» che un reato fosse stato effettivamente commesso. Nonostante ciò, il fascino della narrazione cospirativa persiste: come osservato da Rattazzi, il sospetto di un omicidio attira l’attenzione pubblica, specialmente quando la vittima è una figura influente.
Oggi, grazie all’esposizione organizzata a Volandia, i visitatori possono esaminare da vicino l’aereo gemello e approfondire, attraverso documenti e dati verificabili, gli eventi di quella notte autunnale del 1962. Una lezione importante, secondo Rattazzi, contro il dilagare delle semplificazioni e delle presunte verità: perché la storia, come il volo, necessita di strumenti accurati.
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