Quattordici esponenti dei consigli scientifici del Consiglio Nazionale delle Ricerche hanno reso pubblica una dura contestazione nei confronti del presidente dell’ente: secondo i firmatari, una sua relazione davanti alle commissioni del Senato contiene informazioni inesatte che hanno inciso sulla discussione pubblica e sulle decisioni sul fine vita. La dinamica solleva questioni di responsabilità istituzionale e di fiducia tra ricercatori e vertici del CNR.
I firmatari — sedici in tutto, quattordici dei quali membri dei consigli consultivi interni al CNR — hanno chiesto che la direzione prenda atto della «gravità» dei fatti e valuti conseguenze appropriate per tutelare la reputazione dell’ente e il rapporto con la comunità scientifica.
- Numero di firmatari: 16
- Provenienza: 14 dai consigli scientifici e di dipartimento del CNR (su 17 membri totali impiegati nell’ente), 2 provenienti da istituti afferenti al CNR
- Richiesta principale: presa d’atto pubblica e misure a tutela della fiducia istituzionale
- Accuse chiave: rappresentazione inaccurata davanti al Senato e danno all’immagine dell’ente
Nel dettaglio, il nodo riguarda dichiarazioni rese da Andrea Lenzi durante un’audizione congiunta delle commissioni Senato (Giustizia e Affari sociali). I ricercatori sostengono che quelle affermazioni non riflettano correttamente il ruolo tecnico-scientifico svolto dall’ente dopo l’ordinanza del Tribunale di Firenze sul diritto all’autodeterminazione in tema di fine vita.
La questione tecnica che ha scatenato il conflitto riguarda un dispositivo concepito per consentire l’autosomministrazione di un farmaco a pazienti con grave paralisi, nell’ambito di una procedura di suicidio assistito. Secondo la versione dei firmatari, il macchinario era stato realizzato su richiesta del tribunale; la presidenza, invece, lo avrebbe descritto come un «protótipo» e ne avrebbe rallentato l’impiego chiedendo una nuova autorizzazione governativa.
Il ritardo e la richesta di un ulteriore nulla osta sono stati valutati come non necessari dal Tribunale di Firenze e dall’Avvocatura dello Stato, che ritenevano possibile procedere senza ulteriori autorizzazioni. Per i ricercatori questo comportamento ha prodotto un doppio effetto: ha ostacolato l’applicazione pratica della decisione giudiziaria e ha danneggiato la funzione pubblica del CNR come fornitore di supporto tecnico-scientifico alle istituzioni.
La vicenda assume anche un chiaro profilo politico. Lenzi è stato nominato alla guida del CNR il 26 luglio 2025 dal ministero competente del governo in carica e, secondo fonti interne e osservatori, è considerato vicino a figure politiche che hanno posizioni conservatrici sul tema del fine vita.
Per i firmatari questa vicinanza contribuisce a rendere più delicata la situazione: la credibilità scientifica di un ente pubblico rischia di essere compromessa quando la comunicazione ufficiale appare allineata a scelte politiche che condizionano l’interpretazione di dati o soluzioni tecniche.
Possibili sviluppi immediati includono una verifica interna da parte degli organi di governance del CNR e, se del caso, provvedimenti disciplinari o chiarificazioni pubbliche. A livello pratico la disputa può influire su quanto il sistema giudiziario e le istituzioni saranno disposte in futuro a chiedere al CNR per supporti tecnici in aree sensibili.
In prospettiva, la vicenda apre tre questioni concrete per lettori e istituzioni:
- La tutela dell’indipendenza scientifica delle strutture pubbliche coinvolte in decisioni giuridiche e politiche;
- La trasparenza nei processi autorizzativi quando sono in gioco diritti individuali e scelte terapeutiche;
- Il ruolo del CNR come consulente tecnico delle istituzioni e la necessità di evitare conflitti di interesse percepiti.
La lettera dei ricercatori è dunque un segnale di allarme interno, con possibili ricadute sull’immagine dell’ente e sulla gestione operativa di future richieste giudiziarie o amministrative. Nei prossimi giorni si attende la reazione ufficiale della presidenza e del consiglio di amministrazione del CNR, che dovranno chiarire fatti e responsabilità per ristabilire fiducia e correttezza istituzionale.
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