Un piccolo borgo calabrese sta mostrando come l’arrivo di migranti possa trasformare non solo la composizione demografica ma anche i servizi e l’economia locale. A Camini, dove oggi quasi metà degli abitanti sono persone arrivate negli ultimi anni tramite i programmi statali di integrazione, la comunità ha recuperato scuole, negozi e attività grazie a percorsi di lavoro e abitazione condivisi.
La storia del paese è interessante per chi segue migrazioni e politiche locali: dimostra che l’accoglienza può avere ricadute concrete sulla qualità della vita in aree svuotate, ma mette anche in luce i limiti e le condizioni necessarie perché questi modelli siano sostenibili nel tempo.
Un modello che nasce dal territorio
Negli ultimi anni Camini, in provincia di Reggio Calabria, ha accolto persone provenienti soprattutto da Afghanistan, Siria, Bangladesh, Pakistan e varie aree dell’Africa subsahariana. L’arrivo è avvenuto principalmente attraverso il sistema di accoglienza del ministero dell’Interno, noto come SAI, e si è tradotto in una stabilizzazione abitativa e lavorativa per molte famiglie.
Dietro la riorganizzazione del paese c’è una cooperativa locale, Jungi Mundu (che nel dialetto locale richiama l’idea di “unire il mondo”), che ha lavorato su tre fronti: recupero degli immobili vuoti, inserimento lavorativo e creazione di microimprese. È stata questa combinazione a convincere molte persone a restare.
Servizi e attività riattivati
- Riapertura della scuola materna e della primaria, chiuse anni prima per mancanza di bambini
- Ritorno dell’ufficio postale e riattivazione dell’unico sportello bancomat del paese
- Nascita di botteghe artigiane, una scuola di italiano e una web radio gestita da giovani immigrati
- Avvio di laboratori tessili, di ceramica e di un piccolo caseificio
- Presenza di un centro di accoglienza per donne e attività turistiche come b&B
Questi segnali raccontano una ripresa che va oltre la semplice presenza numerica: sono servizi che rendono possibile la vita quotidiana e attirano anche visitatori e ex residenti interessati a investire o rientrare.
Le lezioni da Riace
Camini si è ispirata al modello di accoglienza diffusa sperimentato a Riace, dove il recupero del centro storico e la creazione di botteghe avevano portato nuova vitalità. Ma quell’esperienza ha subito una battuta d’arresto quando problemi legali e tagli ai finanziamenti nazionali hanno impedito la continuità delle attività.
Per evitare gli stessi rischi, l’approccio locale ha puntato fin dall’inizio su imprese e servizi in grado di generare reddito autonomo, secondo quanto spiegano gli operatori della cooperativa. L’obiettivo dichiarato è la sostenibilità economica oltre l’emergenza umanitaria.
Voci dal paese
Nel bar centrale si incontrano giovani siriani che commentano le notizie dal paese d’origine, studenti universitari a distanza e lavoratori edili; in cucina si preparano piatti che uniscono tradizioni diverse; nei laboratori si producono tappeti, ceramiche e prodotti agricoli. Queste immagini quotidiane mostrano un tessuto sociale che si sta ricostruendo pezzo dopo pezzo.
Un esempio: un laboratorio artigianale ha ricevuto commissioni per l’imbottigliamento d’olio da associazioni nazionali, mentre un’impresa tessile, finanziata con fondi di confessioni religiose, impiega donne provenienti da più Paesi. A volte sono proprio attività di questo tipo a offrire la stabilità economica necessaria perché le famiglie restino.
Perché questa esperienza conta oggi
Il caso di Camini parla a due tendenze in corso: lo spopolamento dei piccoli centri e l’aumento delle migrazioni. Dare risposta a entrambe le sfide con misure che combinino casa, lavoro e integrazione può offrire una via concreta per riattivare territori marginali.
Tuttavia, la sostenibilità resta una condizione non automatica: servono investimenti iniziali, governance trasparente e reti di supporto — locale, regionale e nazionale — per evitare che il progetto dipenda esclusivamente da fondi temporanei o da singole figure di riferimento.
Implicazioni pratiche
Per operatori pubblici e amministratori locali il caso suggerisce alcune priorità operative:
- Favorire il recupero del patrimonio immobiliare abbandonato per uso abitativo e produttivo
- Promuovere percorsi di formazione che puntino all’inserimento in attività locali sostenibili
- Costruire partenariati con associazioni, chiese e fondazioni per finanziare gli avvii imprenditoriali
- Assicurare monitoraggio e trasparenza per mantenere la fiducia dei residenti e dei finanziatori
La rinascita di Camini non è una soluzione universale, ma è un esempio concreto di come politiche di accoglienza gestite in logica territoriale possano contribuire a rivitalizzare comunità in difficoltà. La sfida ora è consolidare i risultati ottenuti evitando i cicli di incertezza che hanno colpito esperienze simili in passato.
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