Futurismo dimenticato: come l’Italia ha cercato di cancellare l’avanguardia!

Di : Teodoro Montani

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Pochi si ricordano che l’Italia è stata la pietra miliare dell’avanguardia più rivoluzionaria del ventesimo secolo: il futurismo. Questo termine potrebbe essere scritto tutto in maiuscolo, o come FuTuriSMo, o persino con lettere rovesciate, per rendere omaggio al vivace caos tipografico e ortografico che il movimento celebrava. Da qui in poi, lo scriveremo con la minuscola, benché di minuscolo non avesse nulla.

Da Milano al mondo

Il futurismo prese vita a Milano all’inizio del XX secolo, riflettendosi nelle acque del Naviglio sotto il chiaro di luna (destinata a essere “uccisa” secondo il fondatore Filippo Tommaso Marinetti) e da lì si propagò a livello globale. Questo movimento portò con sé l’immagine di un’Italia moderna, meccanizzata, veloce e aggressiva, in netto contrasto con la lentezza provinciale dell’Italia post-unitaria, una sorta di Cenerentola nell’Europa imperialista e ruggente di quel tempo.

Il movimento ebbe origine con un Manifesto che apparve per la prima volta sulla prima pagina del quotidiano francese Le Figaro il 20 ottobre 1909, anche se lo stesso documento era già stato pubblicato nelle settimane precedenti su vari giornali italiani, da La Gazzetta dell’Emilia a Gazzetta di Mantova, dall’Arena di Verona al Piccolo di Trieste (allora porto austriaco), fino al Pungolo di Napoli. Il visionario Marinetti, all’età di 33 anni e con forti ambizioni, non solo creò il movimento ma anche il concetto di marketing culturale.

Marinetti e la macchina del futuro

Appassionato di donne e motori, e finanziariamente benestante grazie alla sua famiglia, Marinetti nacque nella cosmopolita Alessandria d’Egitto nel 1876. Sempre pronto a finanziare le menti creative che gravitavano intorno al suo appartamento nel palazzo di corso Venezia 61 a Milano, il giovane scrittore e poeta, soprannominato Effetì, li spronava a liberarsi dalla polvere dei musei; li incitava a scrivere, dipingere, scolpire, combattere, progettare immaginando il ronzio degli aeroplani, le automobili, il tuono dei cannoni, la sinfonia delle mitragliatrici, il rumore delle turbine e dei transatlantici.

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Il futurismo rappresentava il futuro e si estese a tutti gli aspetti della vita quotidiana, influenzando la cucina, l’architettura, l’arredamento, la moda, il cinema, la musica, il teatro, la danza, la scienza e l’educazione. Le impronte del futurismo si possono rilevare in ogni aspetto del mondo moderno e hanno influenzato le avanguardie del Novecento, dal dadaismo al surrealismo, fino alla pop art e all’arte digitale.

Il nodo del fascismo

Si potrebbe obiettare: e quindi? Ebbene, c’è un problema minore: la rimozione a cui il futurismo è stato soggetto nel Dopoguerra a causa dei suoi legami con il fascismo. E questi legami esistevano. A parte Marinetti, convinto fascista fin dall’inizio del movimento di Mussolini, tutti ebbero interazioni con il regime, seppur intermittenti. Umberto Boccioni morì nel 1916, prima ancora della formazione dei fasci di combattimento. Tuttavia, indipendentemente dalla loro affiliazione politica, tutti i futuristi, sia quelli della prima ora che i seguaci successivi, ebbero vite straordinarie.

Il libro che riapre i conti con la storia

È a queste vite straordinarie che Giordano Bruno Guerri ha dedicato il libro Audacia Ribellione Velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani (Rizzoli). «È sorprendente notare come Marinetti e altri riuscissero a vedere veramente nel futuro», spiega Guerri a Panorama, «con parole dell’epoca immaginavano il computer, il cellulare, persino l’Intelligenza Artificiale».

Guerri prosegue: «Da noi, parlare di futurismo dopo il 1945 era come evocare il fascismo, un errore critico e storico. In Germania, l’arte degenerata era proibita. In Italia, non si poteva certo bandire le espressioni più moderne e avanzate rappresentate dalla corrente futurista».

Dalla rimozione alla riscoperta

La rimozione del movimento fondato da Marinetti, definito un «cretino fosforescente» da Gabriele d’Annunzio, e la dispersione delle sue opere durarono a lungo. «Per fortuna Gianni Agnelli acquistò opere per il Lingotto», ricorda Guerri. «La svolta avvenne con la grande esposizione veneziana a Palazzo Grassi nel 1986, curata da Pontus Hultén».

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Negli ultimi decenni, non senza fatica, il movimento nato nel 1909 ha finalmente riconquistato il posto che merita nella storia dell’arte. Anche grazie a libri come quello di Guerri, ricco di curiosità, immagini e visioni, una strabiliante idea regalo per Natale, perfetta da posizionare sotto l’albero o, in contrasto, accanto a un presepe tradizionale, nello stile della casa di Cupiello.

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