Riduzione del danno: a Parco Sempione servizi sanitari per chi usa crack, non solo materiale

Di : Teodoro Montani

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La morte per sospetta overdose di Nadia Ariana Di Claudio a Parco Sempione ha riacceso in poche ore il dibattito pubblico su sicurezza e politiche per le dipendenze: sirene, controlli e parole forti dalla politica hanno seguito l’accaduto, mentre gli operatori sul campo tornano a denunciare che gli interventi attuali non sono adeguati. Per chi lavora con le persone in condizione di marginalità la questione è pratica e urgente: serve presenza continuativa e risorse, non soltanto interventi estemporanei.

Interventi di ordine pubblico e reazione politica

Immediatamente dopo il decesso la zona è stata presidiata da droni, pattuglie e unità di polizia, e l’immagine del parco è tornata a essere utilizzata come emblema del «degrado» cittadino. A poche ore dai fatti il vicepresidente della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, ha puntato il dito contro le politiche di assistenza a bassa soglia, sostenendo che la strategia della riduzione del danno non impedirebbe le morti per overdose.

La presa di posizione ha innescato una risposta immediata della rete che da decenni lavora sul territorio: il COBS (Coordinamento Operatori Bassa Soglia del Piemonte) ha contestato l’impostazione politica, chiedendo invece di guardare alla complessità delle situazioni e ai dati che sostengono gli interventi di riduzione del danno.

Parco Sempione: una realtà più ampia e fragile

Gli operatori descrivono l’area come un microcosmo di fragilità: non è solo un punto del parco ma un territorio con oltre cento persone in condizioni diverse di marginalità. Tra loro ci sono senza dimora, persone con problemi psichiatrici, giovani e stranieri; la presenza femminile richiede inoltre risposte specifiche per prevenire violenze e dinamiche di sfruttamento.

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Operatori sociali forniscono assistenza a persone in condizioni di marginalità in uno spazio pubblico urbano.
La continuità della presenza è fondamentale per costruire fiducia con le persone vulnerabili.

Le attività sul posto spaziano dalla medicazione alla distribuzione di materiale sterile e beni di prima necessità, ma il fulcro resta la costruzione di un rapporto di fiducia, ottenuto con passaggi ripetuti nel tempo. Gli operatori sottolineano che la continuità è fondamentale: avvicinarsi una volta alla settimana non basta per abbattere sfiducia e diffidenza.

La denuncia sulle risorse: poche ore, troppi bisogni

Il nodo centrale è finanziario e organizzativo: le prestazioni di riduzione del danno sono inserite nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), ma secondo il COBS gli stanziamenti regionali non coprono gli standard previsti. Sul campo, spiegano, la presenza è attualmente limitata a circa quattro ore settimanali in alcune aree — un monte-orario che gli operatori giudicano insufficiente di fronte a centinaia di persone vulnerabili.

«Quattro ore la settimana non garantiscono la presa in carico reale», sintetizzano; per funzionare servirebbe una presenza prolungata e capillare, fino a modalitá come lo street outreach quotidiano e strutture di drop-in accessibili a ogni distretto sanitario.

Secondo i dati: la riduzione del danno funziona

Dietro le accuse ideologiche, osservano gli operatori, ci sono evidenze storiche che mostrano come le politiche di riduzione del danno abbiano ridotto mortalità e infezioni correlate all’uso di sostanze. Prima dell’introduzione diffusa di questi servizi, spiegano, la maggior parte degli utenti non riceveva alcuna presa in carico salvo chi chiedeva esplicitamente di interrompere l’uso; oggi i numeri delle morti per overdose in Italia sono molto più bassi rispetto a decenni fa.

Operatore sanitario durante una visita medica e distribuzione di materiale sterile a scopo preventivo.
I dati storici mostrano che la riduzione del danno ha ridotto mortalità e infezioni correlate all’uso di sostanze.

Per il coordinamento la contrapposizione tra «riduzione del danno» e «far smettere» è falsa: si tratta di parti complementari di una rete di cura che deve funzionare insieme, non in alternativa.

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Non è solo distribuzione materiale

La polemica sulle cosiddette «pipette da crack» è stata respinta come fuorviante: gli operatori precisano che la distribuzione di materiale sterile previene danni come infezioni e lesioni, ma non sostituisce le altre misure per evitare le overdose. La prevenzione della morte richiede formazione sanitaria, disponibilità di Naloxone e servizi come il drug checking, che consente di identificare sostanze contaminate o diverse da quelle attese.

Il coordinamento cita studi e pratiche secondo cui oltre metà delle persone che scoprono, tramite il drug checking, che la sostanza è pericolosa scelgono di non consumarla: decisioni informate che gli operatori interpretano come un forte istinto di autoconservazione.

La voce dell’ASL: competenze e relazioni

Anche l’ASL cittadina sostiene che ridurre il tema alla sola distribuzione di materiali è un errore. Flavio Vischia, direttore del Dipartimento Dipendenze dell’ASL Città di Torino, ricorda che l’intervento di strada richiede professionalità e un lavoro relazionale complesso: la presenza ripetuta crea fiducia e apre spazi per interventi sanitari ed eventuali percorsi di uscita dall’uso di sostanze.

  • Presenza continuativa: operatori sul territorio con orari estesi e routine fisse.
  • Servizi integrati: drop-in, presa in carico socio-sanitaria e percorsi terapeutici.
  • Strumenti di salvaguardia: Naloxone, materiale sterile e drug checking.
  • Interventi specifici per genere: risposte dedicate alle donne vittime di violenza e sfruttamento.
  • Formazione e professionalità: operatori qualificati per gestione relazionale e sanitaria.

La discussione politica segue due traiettorie opposte: da un lato richieste di interventi repressivi e contrasto allo spaccio, dall’altro l’appello degli operatori per il rafforzamento della rete di servizi. In mezzo restano persone fragili e, per le ONG e i servizi sanitari, l’urgenza di risorse che trasformino i LEA da enunciati normativi a pratiche quotidiane efficaci.

Le prossime settimane serviranno a verificare se alla retorica seguiranno investimenti concreti: intanto chi lavora sul campo chiede che la politica prenda atto della complessità e finanzi l’organizzazione necessaria per prevenire nuove tragedie.

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