Uno Bianca: i Savi attesi per chiarimenti, nel mirino Castel Maggiore e armeria

Di : Lorenzo Dalmoro

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Giovedì prossimo i magistrati torneranno a interrogare i fratelli Savi nel carcere di Bollate: un passo che può riaccendere indagini su fatti rimasti in parte irrisolti per oltre trent’anni e offrire risposte a familiari che ancora chiedono verità. L’esito potrebbe cambiare la prospettiva su alcuni episodi chiave della vicenda della banda nota come Uno Bianca.

La storia processuale della banda, attiva tra il 1987 e il 1994, ha già un bilancio tragico: 23 morti e 114 feriti in 103 azioni criminali. Ora, però, nuove dichiarazioni e materiali hanno spinto la procura di Bologna a riaprire alcuni capitoli rimasti oscuri.

I protagonisti al centro del nuovo atto istruttorio sono il procuratore capo Paolo Guido e i pm Lucia Russo e Andrea De Feis, che ascolteranno Roberto e Fabio Savi per cercare di chiarire contraddizioni e punti non chiariti emersi anche durante recenti interviste televisive.

Due versioni, molti punti irrisolti

Le due testimonianze pubbliche dei fratelli Savi sono nettamente divergenti. Roberto Savi ha ipotizzato collegamenti con servizi segreti e l’esistenza di delitti “su commissione”, mentre Fabio Savi ha descritto una scala di violenza cresciuta dalla briganderia e dalla ricerca di denaro, senza riferimenti a protezioni dall’alto.

Queste discrepanze hanno spinto gli avvocati di diversi familiari — tra cui Alessandro Gamberini e Paolo Moser — a depositare un esposto che ha fatto riaprire accertamenti su fatti che molti ritengono ancora ambigui.

I parenti delle vittime giudicano inaccettabile che i condannati possano presentarsi in tv senza offrire spiegazioni coerenti: chiedono risposte su chi abbia agito e perché, non semplici narrazioni contraddittorie.

I casi al centro dell’attenzione

Gli inquirenti concentreranno l’esame su episodi indicati come particolarmente oscuri, per i quali sono emerse nuove risultanze documentali e testimonianze.

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Tra i casi esaminati figurano:

  • Castel Maggiore, 20 aprile 1988 — nell’agguato persero la vita i carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu. L’esposto segnala incongruenze rispetto al racconto iniziale dei Savi e orienta gli investigatori a ritenere che l’azione potesse essere un vero agguato, con la possibile presenza di tre persone e non due.
  • Armeria di via Volturno, 2 maggio 1991 — qui furono uccisi l’ex carabiniere Pietro Capolungo e Licia Ansaloni. Le versioni dei fratelli divergono: per Roberto si sarebbe trattato di un’eliminazione ordinata, per Fabio di una rapina finita in tragedia.
  • Strage del Pilastro, 4 gennaio 1991 — resta da chiarire l’identità del cosiddetto “quarto uomo”, un tassello che potrebbe rimodellare la ricostruzione dell’azione.

Su Castel Maggiore, in particolare, l’analisi delle testimonianze e dei tempi di arrivo dell’auto usata dai killer rispetto al passaggio del furgone blindato ha sollevato dubbi sull’effettivo obiettivo dell’azione. Inoltre, risultano mancanti i fogli di servizio che potrebbero chiarire chi dava gli ordini quella notte: una domanda che i familiari continuano a porre con forza.

La vicenda dell’armeria riporta invece al centro la questione del movente: furto di armi o esecuzione mirata? Le versioni opposte dei Savi sono uno dei motivi principali per cui la procura intende riinterrogarli.

Cosa cercano gli inquirenti

La nuova indagine non mira a rimettere in discussione le condanne già definitive, ma a colmare lacune su specifici episodi e a verificare se esistano responsabilità non emerse in precedenza.

  • Chiarire il numero e il ruolo effettivo dei partecipanti negli agguati.
  • Ricostruire i movimenti e i tempi delle azioni alla luce di nuove testimonianze e documenti.
  • Verificare l’esistenza di ordini esterni o complicità di terzi.
  • Individuare eventuali responsabilità organizzative o di copertura.

Per i familiari delle vittime, come Michele Stasi e Ludovico Mitilini, le risposte restano imprescindibili: vogliono conoscere chi ha deciso gli interventi e perché alcuni fogli di servizio non siano più reperibili.

Alberto Capolungo, che guida l’associazione dei familiari, ha accolto con speranza l’apertura di interrogatori supplementari: dopo decenni, dicono i parenti, ogni frammento utile alla ricostruzione è fondamentale.

Giovedì la procura ascolterà i fratelli Savi: più che un atto formale, per molte famiglie è un’opportunità per ottenere chiarimenti che finora non sono arrivati. Dalle risposte dei due detenuti potranno emergere elementi capaci di confermare, correggere o ampliare ricostruzioni costruite su processi e sentenze ormai passati in giudicato.

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