Cherry Pies conquistano l’Europa: dal lockdown ai live, la band torinese che fa impazzire Monitor!

Di : Teodoro Montani

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Stasera il gruppo The Cherry Pies si esibirà allo sPAZIO211 nel contesto del festival creato da Gianluca Gozzi: “Torino potrebbe essere come Berlino se puntasse meno sugli spritz e più sulla musica”

The Cherry Pies hanno preso il loro nome dalla torta preferita del sergente Cooper di Twin Peaks. “Nel periodo del lockdown, guardando nuovamente la serie con la mia compagna Veronica, abbiamo notato che era permeata da un gusto agridolce, una miscela di pop con toni melancolici e ribelli, caratteristiche che rispecchiano il nostro stile musicale”, racconta il leader della band Stefano Isaia.

Il gruppo, che è l’unico di Torino a partecipare al nuovo festival musicale Monitor, si è formato tra le mura domestiche di Stefano e di Veronica Zucca durante i giorni di clausura imposti dalla pandemia. Questa sera, si presenteranno sul palco dello sPAZIO211 davanti a un pubblico locale.

“Ora il nostro studio si trova nei Docks Dora, siamo diventati un quartetto con l’aggiunta di Nicola Lotta alla batteria e Riccardo Salvini al basso. Pur esibendoci prevalentemente in Europa, è sempre emozionante portare la nostra musica sul palco di Monitor in Italia”.

Stefano, già fondatore dei Movie Star Junkies, ha iniziato a lavorare sull’album “Omonimo” quasi per caso. La cassetta è viaggiata dalla Francia all’Australia. Come è nato il progetto?

“Abbiamo iniziato a registrare usando un computer e un microfono di un vecchio Mac e, in pochi mesi, ci siamo ritrovati con un LP. I brani cantati da Veronica hanno origini folk pop con uno spirito decisamente low profile. Alcuni pezzi sono stati riarrangiati dopo che il gruppo si è allargato a quattro componenti”.

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Dopo “Omonimo”, è arrivato l’album “Don’t just say things”. Quali sono i piani futuri?
“Presto vorremmo metterci al lavoro su un nuovo album. Ci piacerebbe che mantenesse la sua identità pur esplorando nuove sonorità. Vorremmo inoltre esibirci in Portogallo, negli Stati Uniti, dove sono già stato con i Movie Star Junkies, e magari in Australia, dove è stato pubblicato il nostro primo vinile”.

Quanto è complicato oggi fare musica underground a Torino?

“Già prima del lockdown era difficile, e la situazione è peggiorata con la chiusura di alcune realtà piccole. Ognuno ha dovuto adattarsi, alcuni tecnici del suono sono diventati camionisti. Io, che per vent’anni ho fatto solo musica, ho seguito un corso per giardinieri e ancora oggi lavoro in questo campo. Molti locali sono scomparsi e i musicisti, soprattutto quelli di fascia medio-alta che vivevano di concerti in Europa, sono stati i più colpiti. Ora la situazione sta migliorando con l’apertura di nuovi spazi, ma è un processo lento”.

Quali sono le aspettative per il festival Monitor?

“Gianluca Gozzi ha l’intenzione di introdurre novità e suscitare curiosità. Mentre i grandi festival attraggono molti per abitudine, qui la qualità musicale è prioritaria. Nei concerti di artisti storici non si vedono molti giovani, che invece cercano qualcosa di nuovo. Siamo orgogliosi di partecipare e di rappresentare l’Italia in questa vetrina”.

Cosa si potrebbe fare ancora in città per supportare la musica?
“Mi preoccupa la tendenza a inaugurare sempre nuovi locali per aperitivi. Manca una vera rete di club dove i musicisti possano esibirsi. Si contano sulle dita di una mano. È paradossale perché Torino potrebbe diventare come Berlino se investisse di più nella musica piuttosto che negli spritz”.

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