Il governo cambia strategia per ridurre le liste d’attesa: non si tratta più soltanto di mettere più risorse sul tavolo, ma di tagliare le prestazioni non necessarie che congestionano il sistema. La novità, approvata giovedì dalle regioni, punta a frenare la domanda attraverso regole più stringenti sulle prescrizioni e una diversa gestione delle agende.
Le attese per visite ed esami restano uno dei nodi più sentiti della sanità pubblica: per molte prestazioni l’attesa supera mesi, e in casi estremi può arrivare oltre l’anno, con circa il 10% della popolazione che rinuncia alle cure o si rivolge al privato per i costi. Per capire l’impatto del nuovo piano conviene dunque partire dalla logica che finora ha funzionato poco: aumentare l’offerta senza agire sulla domanda.
La durata dell’attesa dipende in larga parte dalla classificazione assegnata al momento della prescrizione. Sulle ricette compare una lettera che definisce la priorità: la classe U indica urgenza da garantire entro 72 ore; la B richiede una presa in carico entro 10 giorni; la D prevede tempi più lunghi (30 giorni per visite, 60 per esami); la P è quella programmata, con termine massimo di 120 giorni. Questa griglia rimane, ma il piano introduce strumenti per verificarne l’applicazione.
Quanto è migliorata la risposta del sistema
I numeri ufficiali della piattaforma nazionale per le liste d’attesa mostrano progressi moderati nei primi quattro mesi del 2026: il rispetto dei tempi per le prime visite è salito al 78,7% (era 76,1% nello stesso periodo del 2025), mentre per gli esami si è passati dall’83% all’84,7%. Sono però medie che nascondono forti disuguaglianze territoriali e per tipologia di prestazione.
| Prestazione | Percentuale che rispetta i tempi (2026, primi 4 mesi) |
|---|---|
| Colonscopia | 59,8% |
| Gastroscopia | 64,5% |
| Alcune TAC | Oltre il 97% |
| Classe P (prime visite) | 84,7% (stabile) |
Le cifre confermano che non tutte le prestazioni sono uguali: alcune riescono a rispettare i tempi, altre restano in sofferenza. Questo è uno dei motivi per cui il piano sposta il baricentro verso la qualità e l’appropriatezza delle prescrizioni.
Cosa cambia davvero
Al centro della riforma c’è il quesito diagnostico: ogni prescrizione dovrà indicare in modo chiaro la ragione clinica che giustifica l’esame o la visita. Non sarà una formalità, ma uno strumento per valutare l’appropriatezza prescrittiva e filtrare le richieste superflue.
- Obbligo di motivare la prescrizione con il quesito diagnostico per tutte le prestazioni.
- Uniformazione nazionale dei criteri per prescrivere esami e visite.
- Estensione del meccanismo di priorità anche ai ricoveri programmati, tenendo conto di diagnosi, intervento, età, comorbilità e condizioni sociali.
- Integrazione in un’unica agenda di tutti gli appuntamenti pubblici, privati convenzionati e di intramoenia tramite i sistemi dei Cup.
- Divieto rafforzato di “chiudere le agende” e poteri di controllo affidati ad Agenas.
Il piano intende inoltre rendere omogenei i criteri su tutto il territorio nazionale, riducendo la variabilità tra i 21 sistemi regionali (19 regioni più le due province autonome). In pratica l’obiettivo è limitare la discrezionalità clinica laddove questa genera inefficienze del sistema.
Un altro nodo affrontato è la frammentazione dell’offerta: la proposta obbliga le regioni a convogliare tutte le disponibilità in un unico calendario gestito dai Centri unici di prenotazione. L’idea è semplice — rendere trasparente e consultabile in un solo posto ciò che oggi è disperso tra ospedali, strutture private e prestazioni a pagamento svolte dai medici nella loro azienda — ma l’applicazione pratica richiede integrazioni tecnologiche e procedure condivise.
Controlli e sanzioni
Il piano sancisce come «inderogabile» il divieto di chiudere le agende e attribuisce ad Agenas il compito di monitorare anomalie. Se una prestazione non può essere garantita nei tempi stabiliti, l’azienda sanitaria dovrà attivare soluzioni alternative — anche ricorrendo a strutture convenzionate — senza trasferire l’onere sul paziente.
Finora lo Stato ha aumentato le risorse: il Fondo sanitario nazionale è passato da circa 125 miliardi nel 2022 a 142,9 miliardi nel 2026, e i fondi specifici per le liste d’attesa sono cresciuti di 1,37 miliardi tra il 2022 e il 2024. Nonostante questo, la domanda è aumentata in parallelo, vanificando parte dell’effetto dell’investimento. Per questo motivo il piano non introduce nuovi stanziamenti immediati, ed è proprio su questo punto che le regioni hanno posto condizioni.
Le regioni avranno quattro mesi, dopo l’emanazione del decreto che recepirà il piano, per presentare i piani operativi. Hanno però chiesto al ministero e ad Agenas un confronto continuativo per verificare che le risorse a disposizione siano adeguate all’attuazione delle misure. La riuscita del progetto dipenderà in larga parte dalla capacità operativa delle singole amministrazioni locali, che partono da condizioni molto diversificate.
Per i cittadini la rilevanza è immediata: se il piano funzionerà, si potranno ridurre gli appuntamenti inutili, velocizzare quelli davvero necessari e rendere più chiara l’offerta. Se invece la fase attuativa incontrerà ostacoli tecnici o mancanza di risorse, è probabile che molte criticità rimarranno sostanzialmente invariate.
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