Paola Fracchia rivela: “Pagavo i corsi di nascosto, lavorando con Tirabassi parlando di jazz!” [INTERVISTA]

Di : Teodoro Montani

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Collaborazioni con Willem Dafoe, Tim Burton e Cesare Bocci. Tra i progetti a cui ha partecipato c’è anche “La bella estate”: “Deva Cassel? Nonostante l’odio sui social, è una ragazza straordinaria, educata e con principi solidi”

Paola Fracchia rappresenta una delle oltre 500 figure professionali del cinema in Piemonte. La sua posizione di capo truccatrice è cruciale, sebbene rimanga spesso nell’ombra. L’interesse per il suo mestiere ha radici profonde e il suo percorso professionale non è stato lineare. Nata nel 1966 ad Alba, ha frequentato il liceo classico a Bra e successivamente si è iscritta a Giurisprudenza.

“Ho superato la maggior parte degli esami. La decisione non è stata mia, era previsto che prendessi il posto di mio nonno, che era un notaio. Tuttavia, il trucco era una passione che coltivavo in segreto da tempo, risparmiando le piccole somme che mi dava mia nonna”, spiega Fracchia.

“Ho sempre avuto un’inclinazione per le arti, studiavo danza e suonavo. La professione di notaio non faceva per me. Anche in un lavoro come il mio, è fondamentale avere una cultura personale: devi saper intrattenere gli attori mentre li trucchi. Una volta, mentre truccavo Giorgio Tirabassi, che è noto per non stare mai fermo, sono riuscita a tenerlo impegnato parlando di jazz. Questo lavoro è per metà tecnica, ma l’altra metà è fatta di esperienze personali.”

Come ha iniziato la sua carriera nel cinema?
“Ho cominciato a metà degli anni ’90 come assistente di Nadia Ferrari, la caporeparto. Dopo quasi dieci anni con lei, ho deciso di cercare nuove esperienze. Il cinema richiede competenze specifiche, e spesso si impara osservando. All’inizio mi occupavo di lavare spugne e applicatori ogni giorno, ma allo stesso tempo osservavo e assimilavo tecniche che nessuna scuola avrebbe potuto insegnarmi.”

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Qual è stato il suo primo set?
“La mia prima esperienza è stata per la serie Mediaset ‘Non chiamatemi papà’, diretta da Nini Salerno con Umberto Smaila. È stata un’esperienza divertente e mi sono sentita molto protetta. È essenziale avere protezione; il tuo caporeparto non è solo un supervisore, ma anche colui che ti fornisce lo spazio giusto per lavorare. Questo richiede grande intesa e collaborazione. Sono stata fortunata.”

Tra i suoi lavori più significativi nel Torinese, “Il Gattopardo” e “La bella estate”. Com’è stata l’esperienza?
“Nei film storici come ‘Il Gattopardo’ è cruciale conoscere bene l’epoca, e una delle sfide maggiori è il trucco invisibile. Devi far sembrare gli attori non truccati. Consideriamo prima di tutto la classe sociale; i più poveri non avevano nulla. Si lavora anche molto con il casting. Se fai bene il tuo lavoro, ti sembra di essere in un’altra dimensione, è la magia del cinema. Per ‘La bella estate’ ho utilizzato molto gli album di famiglia. I look di Yara Vianello, la protagonista, sono ispirati a quelli di una mia zia. In entrambi i set ho incontrato Deva Cassel. È una ragazza meravigliosa, ma sui social riceve molti attacchi. In realtà è estremamente educata, timida e con principi solidi. Durante le riprese di ‘La bella estate’, viveva con Yara e si occupava di cucinare, fare la spesa e pulire per entrambe. Ricordo che in autunno aveva bisogno di più vestiti e ha chiamato sua madre per farsi inviare i suoi, nonostante le fosse stato suggerito di comprarne di nuovi. Mi ha colpito molto.”

È più complesso truccare un uomo o una donna?
“Forse un uomo, perché il truccatore deve gestire tutto ciò che riguarda il viso dell’attore, inclusi barba e basette. Bisogna lavorare molto sui dettagli, sapere come usare le code di yak, tagliare in base all’epoca e sistemare i capelli sul viso usando ferri speciali. Sul set di ‘Terapia d’urgenza’, Cesare Bocci aveva barba, basette e anche un pizzetto. Contemporaneamente registrava anche ‘Il Commissario Montalbano’, dove appariva rasato. Ci incontravamo alle cinque del mattino; all’inizio era teso, poi ha imparato a fidarsi. Mi portava la torta fatta dalla moglie e a volte si addormentava mentre lavoravo.”

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Ci sono stati attori o attrici con cui è stato difficile lavorare?
“In verità, pochi. Ho incontrato molte persone meravigliose. Neri Marcorè è incantevole, sempre allegro, mette musica che mi piace e ci divertiamo molto. Anche Tim Burton e Martin Scorsese mi hanno sorpreso per la loro semplicità.”

È vero che ‘ci vuole un villaggio’ per truccare su certi set?
“Di solito lavoro con due o tre persone nelle produzioni più grandi. Poi dipende dalle comparse presenti. Per esempio, eravamo davvero in molti sul set de ‘La legge di Lidia Poet’, ‘L’amica geniale’ e di ‘Kingsman’, così come per ‘Nord Sud Ovest Est’, dove eravamo sei persone in più oltre al reparto fisso.”

Quale set le ha lasciato il miglior ricordo?
“Un set che mi ha particolarmente colpito è stato quello di una miniserie americana di Netflix, ‘From Scratch’ con Zoe Saldana. Il mio intero reparto ha partecipato a un colloquio su Zoom con parrucchieri e truccatori di alto livello, professionisti che hanno lavorato nei film di Avatar e della Marvel. C’è stata una fiducia totale e un grande rispetto per il mio lavoro. Il brainstorming a cui abbiamo partecipato, incluso la sceneggiatrice, è stato un segno di rispetto. Sul set poi non ho mai sentito urla o rumori, a differenza di quanto spesso accade in Italia. Lavorare in questo modo dovrebbe essere la norma.”

Lei insegna alla MBA Academy. Cosa trasmette ai suoi studenti?
“Rispetto al passato, oggi ci sono molti più corsi e masterclass. In passato si imparava sul campo. Adesso è più facile integrare teoria e pratica, ci sono più opportunità, anche se le persone sono più distratte. Insegno le basi del trucco e ho avviato un corso specifico per il cinema. A Torino non c’era nulla del genere e cinque anni fa, in piena pandemia, insieme alla direttrice della sede abbiamo creato questo corso. Offre una panoramica generale, ma se l’avessi avuta io, mi sarebbe stata di grande aiuto. I partecipanti escono preparati tecnicamente, capaci di leggere una sceneggiatura e di interfacciarsi con la costumista.”

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Come ha visto evolversi il settore cinematografico a Torino?
“Con Rete Cinema Piemonte stiamo lavorando su corsi di aggiornamento per decentralizzare l’industria cinematografica, troppo concentrata su Roma. Qui ci sono circa 500 professionisti altamente qualificati in tutti i reparti. Vorrei lasciare un’eredità alle nuove generazioni. Torino è spesso sottovalutata, ma grazie anche alla Film Commission vogliamo dimostrare che chi viene a lavorare qui può contare su maestranze affidabili.”

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