Scopri il rischio per chi lavora su OnlyFans: Cosa può succedere?

Di : Lorenzo Dalmoro

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Negli ultimi anni si sono moltiplicate le narrazioni riguardanti donne che perdono il lavoro o sono costrette a dimettersi quando emerge che hanno un account su OnlyFans, la piattaforma leader nella distribuzione di contenuti per adulti a pagamento. Ad esempio, a una giovane di 25 anni di Verona non è stata rinnovata la collaborazione stagionale a Gardaland poiché il responsabile del personale ha ritenuto che la sua attività su OnlyFans non fosse compatibile con l’immagine che il parco desiderava proiettare. Un caso che ha suscitato ancor più clamore è quello di Elena Maraga, insegnante in una scuola d’infanzia cattolica a Treviso, sospesa dal suo ruolo per “comportamento non etico” dopo che alcuni genitori hanno scoperto il suo profilo su OnlyFans.

La legittimità dei licenziamenti in contesti simili varia significativamente da caso a caso, influenzata particolarmente dal tipo di impiego e dall’eventuale adesione a codici etici specifici. Mentre all’estero è comune per le grandi corporazioni e per le pubbliche amministrazioni adottare tali codici, in Italia si fa principalmente riferimento al codice civile e alle interpretazioni fornite dalle sentenze della Corte di Cassazione.

Le norme più frequentemente invocate in questi scenari sono gli articoli 2104 e 2105 del codice civile italiano, che impongono ai lavoratori doveri di lealtà, obbedienza e diligenza verso i loro datori di lavoro. Questi articoli stabiliscono principalmente due obblighi: proteggere il rapporto di fiducia alla base del contratto di lavoro e non danneggiare la reputazione o la credibilità dell’azienda. I datori di lavoro hanno la facoltà di punire i dipendenti che ritengono abbiano violato questi doveri, ma devono calibrare le sanzioni in base alla gravità del comportamento e, naturalmente, il lavoratore può impugnare tali decisioni.

In situazioni dove il datore di lavoro considera il comportamento extra-lavorativo del dipendente sufficientemente grave da giustificare un licenziamento per giusta causa, e il lavoratore non è d’accordo, spetterà a un giudice determinare la correttezza di tale decisione.

“Il concetto di obbligo fiduciario deve essere ben definito per evitare un’applicazione eccessivamente vasta che permetterebbe ai datori di lavoro di punire i dipendenti anche per comportamenti strettamente personali”, spiega Mirko Altimari, professore di Diritto del Lavoro alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “Un datore di lavoro può quindi licenziarmi per una condotta non direttamente legata alla mia prestazione lavorativa, ma ci sono dei limiti ben precisi”. Allo stesso modo, riguardo la reputazione e credibilità aziendale, è il giudice a decidere, in caso di ricorso, se il comportamento del dipendente ha realmente danneggiato l’immagine dell’azienda, validando così il licenziamento per giusta causa.

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I casi che arrivano in tribunale di solito coinvolgono questioni molto più gravi rispetto alla pubblicazione di contenuti per adulti su OnlyFans. Ad esempio, nel dicembre del 2024, la Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento di un autista di autobus a Roma a seguito di una condanna per maltrattamenti verso la moglie. Invece, a maggio dello stesso anno, ha giudicato illegittimo il licenziamento di un uomo trovato in possesso di una piccola quantità di droghe durante un controllo stradale nel suo tempo libero.

Creare e vendere contenuti sessuali su OnlyFans o piattaforme simili non è illegale in Italia, purché si paghino le tasse sui guadagni. Nonostante la vasta audience che consuma pornografia quotidianamente, chi produce e diffonde tali contenuti spesso subisce forti pregiudizi e ripercussioni, anche a livello professionale.

Chi svolge questo tipo di sex work di solito lo fa a tempo pieno e in modo autonomo, quindi non deve preoccuparsi di un datore di lavoro. Tuttavia, coloro che hanno un altro impiego, o che aspirano ad averne uno, si scontrano con lo stigma associato al sex work, che porta molte aziende a non volersi associare a tale settore. Inoltre, diventa sempre più complicato nascondere queste attività, poiché i potenziali datori di lavoro spesso verificano la presenza online dei candidati prima di assumerli.

Alcune professioni sono particolarmente difficili da esercitare per chi fa sex work, specialmente quelle che richiedono l’iscrizione a ordini professionali con codici etici severi. Nel maggio del 2023, ad esempio, un’avvocata di Torino è stata sospesa dall’ordine per 15 mesi a causa del suo comportamento sui social network, dove, pur senza pubblicare foto esplicitamente sessuali, manteneva un profilo da influencer con immagini provocanti. L’avvocata ha commentato: “È la prima volta che succede in Italia. Neanche i colleghi che commettono reati subiscono sanzioni così lunghe”.

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Il fatto di avere un profilo su OnlyFans, pur non essendo illegale, non garantisce di essere al riparo da sanzioni disciplinari qualora venisse scoperto dal datore di lavoro. Perché un licenziamento sia considerato legittimo, è sufficiente che la condotta del lavoratore danneggi il rapporto di fiducia a tal punto da rendere insostenibile anche temporaneamente il proseguo del rapporto di lavoro, solitamente per essere ritenuta contraria alle norme dell’etica e del vivere civile.

Sul sito della società di consulenza in risorse umane Si Italia viene citato l’esempio di una dipendente scoperta mentre girava video pornografici nei bagni dell’ufficio. “Stabilendo una linea di demarcazione, è ovvio che un dipendente che produce video pornografici sul posto di lavoro, distogliendo tempo dalle sue responsabilità lavorative, possa essere legittimamente licenziato”, si afferma.

Tuttavia, la situazione è diversa per chi crea questi contenuti al di fuori dell’orario di lavoro. In questo caso, Si Italia sostiene che possa esserci una giusta causa solo quando esista un conflitto oggettivo tra l’attività lavorativa o gli interessi dell’azienda e la partecipazione del dipendente a un video pornografico.

Nel caso di Elena Maraga, l’insegnante di Treviso, si aggiunge un elemento aggiuntivo da considerare. “Ci sono situazioni in cui la specificità del datore di lavoro impone ai dipendenti l’adesione a certi ideali più elevati rispetto a un’azienda normale: pensiamo a organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, religiosa”, aggiunge Altimari, citando l’esempio di un dipendente sindacale che facesse campagna per un partito politico opposto. Le scuole cattoliche, come quella di Maraga, sono considerate “organizzazioni di tendenza” e quindi possono legittimamente richiedere ai dipendenti una maggiore coerenza tra i valori del cattolicesimo e i comportamenti extralavorativi.

Per evitare situazioni ambigue o complessità legali, un numero crescente di aziende e istituzioni negli ultimi anni ha adottato regolamenti e codici etici che si applicano ai dipendenti, spesso includendo anche direttive sul comportamento online. Dopo il caso di Maraga, sia la Federazione Italiana Scuole Materne di Treviso che il ministero dell’Istruzione hanno annunciato che stanno lavorando a nuove regole che indirizzeranno il comportamento dei docenti sul web.

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I dipendenti pubblici sono soggetti a un Codice di comportamento che stabilisce, tra l’altro, che i lavoratori non possono adottare comportamenti che possano “nuocere all’immagine dell’amministrazione”, anche sui social network. Chi lavora nell’amministrazione pubblica ha inoltre l’obbligo di comunicare tutti i propri rapporti di collaborazione retribuiti, incluso quindi un eventuale profilo su OnlyFans.

L’avvocato Alessandro Vercellotti, specializzato nella consulenza a professionisti che lavorano online, racconta di aver assistito negli ultimi anni diverse persone impiegate nelle scuole o nella pubblica amministrazione che cercavano un modo per aprire un profilo su OnlyFans per ottenere un reddito aggiuntivo senza rischiare il licenziamento. “Una delle strategie più comuni è evitare di usare dati anagrafici, come nome e cognome, e di apparire sempre con il viso coperto”, spiega. “In questo modo è possibile attrarre traffico sul proprio profilo, sfruttando anche l’effetto di curiosità che questo genera”.

Pensare attentamente prima di mostrare il viso o altri dettagli identificativi, come tatuaggi, in foto e video a sfondo sessuale pubblicati online è uno dei consigli più diffusi a chi desidera iniziare a fare sex work. Tuttavia, per chi lavora nella pubblica amministrazione in Italia, pubblicare contenuti per adulti a pagamento nascondendo l’identità e, quindi, senza informare i datori di lavoro di questa ulteriore fonte di reddito, rimane proibito.

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