Namasté nel Negev: Scopri l’Altalena del Respiro nel Deserto!

Di : Lorenzo Dalmoro

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Nel cuore di un deserto colorato, flagellato da venti incessanti, porcospini ritirano i loro aculei, asini selvaggi si silenziano, lupi si fermano immobili e orici bianchi dal lungo corno a forma di lancia osservano stupefatti. Le gazzelle, sorprese, scavano nella sabbia mentre serpenti e scorpioni rimangono immobili come le iguane. Sono tutti affascinati dalle posizioni sorprendenti di una nuova creatura, una straniera in tuta malva caduta dal cielo azzurro. Incantati da una sequenza di asana, le energiche pose di Francesca Senette, una maestra di yoga snella e agile, che si muove sul confine tra il magico e il polveroso, spiritualmente ricco ma arido. Questo oceano di sabbia misteriosa e rocce antiche muta ad ogni sguardo, proprio come il mare.

Queste lezioni inaspettate e benefiche offrono figure pacifiche e meditazioni che risalgono alle notti dei tempi asiatici. Ecco il saluto al sole, qui abbondante, seguito dalle posizioni dinamiche che seguono il ritmo di un respiro controllato: il cane a testa in giù, Adho Mukha Svanasana, invidiato dai lupi del branco; il Trikonasana a forma di triangolo e il Natarajasana che equilibra il cosmo; il Salabhasana che disturba le cavallette locali così come il Bujanghasana, la posa del cobra che apre spalle e cuore ma irrita i serpenti del Negev, sinuosi sovrani della sabbia. Non dimentichiamo l’elegante Sirsasana, la candela capovolta, e il Bakasana, una posa incredibile il cui nome deriva dall’occhio penetrante del corvo, simile ai predatori che sorvolano la vetta dell’Har Ramon, osservando bikers e escursionisti errare tra le rocce colorate naturalmente in toni di terra bruciata, Siena e anche grigio, verde, rosso intenso, marrone e viola ossidato da minerali ferrosi invadenti. Un intrigante gioco chimico che richiama l’appetito.

L’armonia dello yoga praticata nel desolato cuore del Negev, così vicino ma così distante dallo spirito combattivo che echeggia nella Knesset, porta pace. E lo yoga viene insegnato da maestre locali in seducenti hotel come il Kedma o il Six Senses, sparsi nei dodicimila chilometri quadrati del deserto (il 60% del territorio di Israele), con Be’er Sheva, oggi quasi 200.000 abitanti, come capoluogo. Delimitato a ovest dal confine egiziano e dalla devastata Striscia di Gaza, a est dalla valle dell’Arava e a nord dalla linea Gaza-En Gedi sul Mar Morto. Molte maestre hanno appreso e sviluppato la disciplina spirituale indiana per promuovere un perfetto equilibrio tra anima e corpo, a Mistlé o Mitzpe-Ramon, che, ai piedi del cratere Makhtesh Ramon, è diventata una città culturale vantando scuole di danza, teatro e arte.

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Un luogo effervescente intrappolato in un deserto che è stato set cinematografico per vari film, da classici biblici a “Jesus Christ Superstar” di Norman Jewison (1973), preceduto da “Deadlock” del 1970 e seguito da “I guerrieri del vento” nel 1984 con Robert Mitchum, “Belva di guerra” nel 1988 (noto anche come “The Beast”), “Sahara” di Andrew McLagen e poi “Disimpegno” nel 2007, “La tempesta di sabbia” nel 2010 e “Day Inside” nel 2019.

La pacifica atmosfera yogica è inevitabile in un luogo dove gli scontri armati risalgono alla Guerra d’Indipendenza del 1948/49, che costò la vita a 6.000 ebrei e 2.000 arabi. Qui, dove Ben Gurion decise di far fiorire il deserto promuovendo l’agricoltura, tra il 1948 e il 1954, i dolci dintorni dei grandi crateri si arricchirono di 354 villaggi cooperativi e collettivi che fiorirono fino al 1977, quando per la prima volta il partito dei lavoratori perse le elezioni generali e Menachem Begin, leader del partito nazionalista Herouth, presentò il suo governo, ponendo fine a trent’anni di governo laburista e iniziando una nuova era di destra. Dalla notte al giorno, come descritto da Amos Oz in Non dire notte: “…Oltre si dispiegano colline desolate: laggiù c’è il deserto. Laggiù un mulinello grigio s’alza a tratti, freme un istante, si contorce, corre, cala. Torna in qualche altrove. Il cielo ingrigisce. Qualche nuvola ferma, una di esse riflette debolmente la luce del sole che cala… Cala la notte. In città s’accendono i lampioni e le finestre: fra un lembo e l’altro di buio. Il vento aumenta e con lui arriva odore di cenere e polvere. Il chiaro di luna distende una maschera mortuaria sulle colline nei pressi, come se non fossero più colline ma note basse. Questo posto è la fine del mondo. Non che ci stia male, alla fine del mondo.”

Il Negev, abitato dai beduini ora semi-nomadi e in parte ancora dediti alla pastorizia, è stato per lungo tempo classificato come abusivo su una terra dove hanno vagato per generazioni nella paura di essere “civilizzati”. Il giovane stato ebraico aveva grandi progetti per il Negev, ma questi non includevano i beduini. David Ben Gurion affermò che gli arabi avrebbero dovuto essere confinati nel nord del Negev “per non compromettere i piani di sviluppo per la cessione della terra ai coloni ebrei”. L’ex primo ministro Yitzhak Shamir parlò poi di “civilizzare” i beduini. Nel 1963, Moshe Dayan, uno dei più famosi eroi di guerra israeliani, immaginò che il fenomeno dei beduini sarebbe scomparso; “dovremmo trasformare i beduini in un proletariato urbano” affermò e ” … sarà una mossa radicale, il che significa che i beduini non vivrebbero più sulla loro terra con le loro mandrie, ma diventerebbero cittadini che tornano a casa il pomeriggio e si mettono le pantofole. I bambini andrebbero a scuola con i capelli ben pettinati”. Detto e fatto.

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Fortunatamente, il Negev, la cui storia è tanto complessa quanto quella del popolo ebraico (per cui non basta conoscere a memoria “L’histoire Universelle des Juifs” di Elie Barnavi del 1992), sembra essere a milioni di chilometri da tutto, lontano anni luce dai problemi e dai conflitti attuali. Anche nel paradigma yogico che “se sto bene con me stesso, faccio star bene gli altri che incontro”. Tutti. La crosta sabbiosa del Negev è intrisa di una memoria che qualcuno ha perso legittimando massacri.

Solo la fabbrica Rafael di armi sofisticate montate anche sugli F-35 e alcuni aeroporti militari, dove si svolgono principalmente esercitazioni e test missilistici, richiamano nel Negev gli attuali scontri bellici. Dall’alto del monte Negev Makhtesh Ramon la visione del grande cratere che segna l’alba della preistoria, domina un alveo che ha una lunghezza di 40 chilometri e una larghezza variabile dai due ai dieci, è fuorviante, immaginifica, estraniante e marziana. Il museo dedicato all’astronauta israeliano Ilan Roman – eroe morto durante la missione NASA dello Space Shuttle Columbia, disintegrato nel febbraio 2003 a causa di un’esplosione al rientro nell’atmosfera terrestre – è commovente agli occhi stranieri.

Un’attività sorprendente che sta emergendo nel Negev è l’allevamento ittico, reso possibile dal pompaggio di acqua salmastra fossile in stagni artificiali. Metodi agricoli innovativi, come l’irrigazione a goccia basata su antichi modelli, sono stati sviluppati, testati e applicati con successo in terreni aridi: si notano avvicinandosi alle sponde del Mar Morto, spesso geometrizzate da filari di cocomeri protetti da accecanti reti trasparenti, rigate mini-serre in cui le angurie crescono appese come grappoli nei vigneti.

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Oggi, nel 2026, visitare il Negev, oltre all’impressionante impatto naturalistico ed emozionale che offre, significa mitigare l’isolamento del paese e non lasciarlo preda di impulsività ferine pilotate da forze poco lungimiranti e poco civilmente proficue per il turismo.

INFO

– goisraele.gov.il

– israele-turismo.it

– elal.com

– mitzpe-ramon.co.il

ARRIVARE

Con elal.com e wizzair.com e dall’aeroporto Ben Gurion noleggio auto oppure con in tour con guide specializzate come Rafael Silberstein (su Instagram oppure tel +972-54-6238272) che è di origine italiana e conosce bene l’ingarbugliata storia del paese e, da cima a fondo, il deserto del Negev.

DORMIRE E MANGIARE

Design curato negli interni sobri al Kedma by Isrotel Colollection. Esclusivo, di classe e isolato nel nulla dell’Arava Valley il pluristellato Six Senses Shaharut destinato a pochi intimi. Vista da capogiro sulle alture giordane e cucina raffinata elaborata anche con le erbe aromatiche e i prodotti dell’orto proprio. La location, chiamata Shaharut che si traduce come il “momento appena prima dell’alba”, è incredibile come la storia dell’area che fu dimora dell’antica e affascinante tribù madianita. La cucina è rispettosa della cultura e delle tradizioni locali e, pur non avendo la certificazione kosher, nei due ristoranti del Six Senses evitano di servire ingredienti come carne di maiale e frutti di mare.

Nella cittadina di accesso al cratere Ramon simpatico il Sumsumia Restaurant e curioso quello sulla ventosa cresta dove si acquatta il Mitzpe Ramon Crater Center.

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