Il 9 agosto, Singapore festeggia il sessantesimo anniversario della sua indipendenza, avvenuta quando questa città-stato situata su un’isola di 735 kmq all’equatore si separò dalla Federazione della Malesia. Nonostante una forma di democrazia che presenta alcuni aspetti controversi, eredità del regime autoritario di Lee Kuan Yew (1923-2015), il primo ministro che per lungo tempo ebbe il controllo del Parlamento, dell’economia, del sistema giudiziario, dei media e della Overseas Chinese Bank Corporation. Lee impose regole severe e talvolta anche bizzarre nella vita dei cittadini, come nel tardo anni ’80 quando tentò di organizzare matrimoni tra giovani riluttanti a sposarsi e avere figli, utilizzando un database per abbinare le persone in base a etnia e livello di istruzione e promuovendo incontri in ‘seminari’ per persone dello stesso livello sociale. Oppure quando decise di estendere il servizio militare per i giovani in sovrappeso per tutelare la loro salute, o multò coloro che fumavano in strada, mangiavano nel metrò, non tiravano l’acqua nei bagni pubblici o lasciavano acqua nei sottovasi.
La politica di Lee e dei suoi successori, incentrata sulla creazione di ricchezza, ordine massimo e convivenza pacifica tra le diverse etnie, ha portato a un miracolo socioeconomico. Nel 2024, Singapore ha registrato l’aspettativa di vita più alta al mondo, 86 anni, grazie a un eccellente sistema sanitario universale; un incremento notevole rispetto ai 65 anni di cinquant’anni fa. Il reddito pro capite è triplo rispetto a quello italiano e Singapore è considerata il paese più facile per avviare un’impresa: era solo un terzo di quello italiano 35 anni fa, quando la visitai per la prima volta. Tutti i cittadini hanno accesso a un’abitazione, il livello di istruzione è molto alto e l’inquinamento è tenuto sotto controllo con norme severe sul traffico. Già nel 2000 i semafori erano controllati da sensori sott’asfalto che registravano il flusso di auto in coda. Inoltre, l’assenza di congestione è garantita da eccellenti trasporti pubblici, una forte concorrenza tra le compagnie di taxi e costose tariffe (proporzionalmente inverse al numero di passeggeri) per l’accesso delle auto private in centro. Un mix di efficienza, tecnologia avanzata e disciplina che non lascia nulla al caso.
La storia di Singapore ebbe inizio nel 1819, quando Sir Thomas Stamford Raffles (1781-1826), un funzionario della Compagnia Britannica delle Indie Orientali, acquistò l’isola, allora 618 kmq di paludi e foreste, dal sultano malese di Johore. Raffles vide in quella piccola estensione di terra, strategicamente situata a sud della penisola di Malacca e tra le principali isole indonesiane, il luogo ideale per un porto franco che potesse attrarre i traffici tra India, Australia e Cina.
Questa intuizione si rivelò geniale. Oggi, oltre ad essere un paradiso dello shopping (principale attrattiva per i 16,5 milioni di turisti del 2024), Singapore è il primo porto al mondo per traffico di container e attività di brokeraggio, nonché il terzo centro finanziario dell’Asia, dopo Tokyo e Hong Kong. Il suo primo periodo di forte crescita si ebbe all’inizio del Novecento, grazie a infrastrutture e tecnologie sviluppate nella seconda metà dell’Ottocento. L’apertura del canale di Suez nel 1869 incrementò il traffico del suo porto e una linea telegrafica tra Sydney e Londra (1862), passante per Singapore, Bombay, Aden, Suez e Malta, la posizionò al centro delle comunicazioni mondiali. Dalla Cina, devastata dai conflitti, arrivarono numerosi immigrati, fino a quando i seguaci di Confucio divennero la maggioranza della popolazione. Parallelamente ai commerci leciti, si svilupparono attività illecite come bordelli, sale da gioco e fumerie di oppio (Lee fu il primo in Asia a introdurre la pena di morte per i trafficanti di droga).
I cinesi (74.2%) continuano a dominare il melting pot culturale di Singapore, seguiti da malesi (13.7%), indiani (8.9%) e arabi ed europei (3.2% insieme). Inoltre, vi sono i Peranakan, discendenti dei matrimoni tra uomini cinesi e donne malesi. Nonostante la dominanza cinese, in 60 anni non si sono mai verificati incidenti razziali o religiosi. Il sincretismo tra buddismo, taoismo e confucianesimo, che caratterizza la fede cinese, convive pacificamente con l’islam moderato dei malesi, le diverse confessioni cristiane degli occidentali, e le minoranze indù e sikh degli indiani. Le quattro lingue ufficiali sono cinese, inglese, malese e tamil, e le strade sono animate indistintamente da festività come il Capodanno cinese, il Diwali indù e il Ramadan musulmano.
Fin dall’epoca coloniale, le diverse etnie vivevano in quartieri distinti: gli inglesi nel Colonial District a nord del fiume Singapore e i lavoratori cinesi (coolies) a Chinatown, oggi zone a prevalente maggioranza cinese. Gli indiani si stabilirono a Little India, mentre arabi e malesi si concentrarono attorno ad Arab Street, una divisione che persiste ancora oggi. Con un pizzico di nostalgia si può rimpiangere la vecchia Chinatown delle casette di legno, sostituite dagli anni ’80 dalla foresta di grattacieli di Orchard Road. Si può discutere sul grado di democrazia a Singapore in un’epoca in cui i valori occidentali sono messi alla prova sia in Europa sia in America. Oppure, in una città a maggioranza cinese che ha ottenuto un grande successo, si può riflettere sul detto di Deng Xiaoping, il riformatore della Cina post-maoista: “Non importa se il gatto è rosso o nero, l’importante è che catturi il topo”.
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